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Fulvio Di Piazza, siciliano, classe 1969, fa parte del cenacolo di artisti definiti “Il gruppo di Palermo” (Bazan, Di Marco, De Grandi, Di Piazza) che da anni sta praticando “una pittura per la pittura” in accezione, da un lato, neo realista, e, dall’altro, neo visionaria, raggiungendo risultati di indubbio interesse. Già riconosciuto a livello internazionale, Fulvio, che è stato mio allievo all’Accademia di Urbino e che ora opera con gallerie italiane di prestigio, si rifà a un filone naturalistico immaginifico che, partendo da esperienze inizio Ottocento, poi approda alla grande lezione Surrealista quindi Metafisica del Novecento, dando ai soggetti rappresentati quella carica di mistero che fu cara anche ai Fiamminghi o a “cani sciolti” come il nostro Arcimboldo, in cui il grottesco veniva a esplicarsi combinando, tra loro, in una sorta di Trompe-l’œil, oggetti o elementi dello stesso genere, collegati metaforicamente al rappresentato, in modo da desublimarne la valenza siginificativa.
Comunque, in tale ricerca, seppure l’esorcismo di ordine contenutistico, Di Piazza mai dimentica l’importanza della tecnica la quale, basandosi sui colori ad olio, raggiunge risultati di altissimo pregio, proiettando la sua neo figurazione (come la si vuole definire) in una dimensione in cui tradizione e spazialità danzano sul filo di una contemporaneità fantasy di grande impatto suggestivo.
Analizzando questo filone rappresentativo, è innegabile che l’opera di Fulvio scaturisca, divenendone testimone, dal momento epocale che stiamo attraversando, in cui ideologie e valori guida sono caduti sotto i colpi della mercificazione e dell’effimero.

Con la fine degli anni ’70 del secolo scorso, all’artista impegnato a svolgere in prima persona un ruolo di educatore morale e civile, attraverso la piena partecipazione alla vita sociale, si è venuta spesso a sovrapporre la presenza-assenza dell’artista solitario che ha deciso di chiudersi in se stesso e nel suo mondo onirico, nel suo “mondo parallelo”, ormai convinto dell’impossibilità di modificare, tramite l’arte, le sorti della società. Questo aspetto ha messo definitivamente nell’angolo l’utopia collettiva di tipo illuministico, così che il pittore figurativo si è in un certo senso affrancato dalla tangibilità del reale, mentre le gamme cromatiche dei colori si sono ampliate al fine di poter dipingere anche se non soprattutto ciò che non si vede, però che ci vive. Già con un certo Barocco e nel corso del XVIII secolo si manifestarono i primi sintomi di una forma di rifiuto della razionalità. Persino Diderot, nel 1775, diede importanza alla dimensione “oscura” della mente umana, non rischiarata dai lumi della ragione, ammettendo l’esistenza di un “patto segreto” tra la morte e la notte. Infatti nei Salon di Parigi dello stesso anno furono esposti numerosi dipinti di notturni e di rovine, immagini di un mondo misterioso, lugubre, in cui le sensibilità dei fautori e dei fruitori venivano sollecitate dal desiderio di verificare i limiti della mente per spingerli fino alle estreme conseguenze, in modo che la rappresentazione artistica giungesse a offrire la possibilità di trasformare le forze occulte del sogno in forma visibile. Da quella linea di tendenza poi scaturirono personalità del calibro di Goya e William Blake. Invece nell’oggi abbiamo, oltre a Fulvio Di Piazza, amici artisti come Enzo Cucchi, che nei suoi disegni affonda in un immaginifico di profondo valore letterario, oppure come il tedesco Markus Lüpertz, che riconosco uno dei miei maestri, per il quale la figura umana mai deve sottostare a regole di tipo concettuale.