Frieze Zona Maco

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Vorrei parlare di censura. Vorrei farlo perché mi sembra un argomento ragionevolmente attuale che coinvolge tutto ciò di cui questa rivista tratta: l’Arte e la Cultura. Prima devo necessariamente porre due condizioni base. La prima è che potrei essere talmente vittima della censura da non rendermi conto che sto parlando di cose che conosco solo parzialmente, se non addirittura per nulla, poiché tutte le informazioni che ho assimilato finora sono arrivate a me già adeguatamente censurate e filtrate. È un caso limite, ma potrebbe essere vero e come tale vi impone di non proseguire nella lettura di questo editoriale viziato nei contenuti e nelle idee. La seconda è che credo che, anche laddove venga operata una censura molto forte, sia possibile far circolare le idee più disparate, data la varietà di possibilità comunicative a disposizione di una buona fetta della popolazione mondiale. Ciò non toglie che qualcosa non torni. Se il libero pensiero critico che sta alla base di ogni evoluzione e miglioramento personale e globale circolasse adeguatamente, non dovremmo ora trovarci a vivere in una società molto più aperta e disposta a mettersi in discussione? Allo stato attuale delle cose non mi risulta. È però anche vero che conosco molto bene la storia e le opere di Ai Weiwei, artista cinese arrestato e imprigionato per ottantuno giorni per le sue idee contro il governo. A rigor di logica non dovrei assolutamente sapere nulla di lui, né si dovrebbe sapere che il governo cinese abbia perpetrato tale ingiustizia e che la Cina sia la patria della censura, un paese in cui la libertà di parola e/o espressione sono quotidianamente mutilate e represse. Eppure lo so. Per cui credo che le idee circolino in questo mondo piuttosto liberamente, con grandi differenze di verità ma anche di fedeltà rispetto alla loro origine. Quindi il potere della censura è finito? Assolutamente No. Ma è cambiato il modo di censurare. Impedire la comunicazione è allo stato attuale pressoché impossibile, limitarla fortemente costituisce in ogni caso un danno indiretto alle logiche di profitto che sono il motore pressoché unico della società contemporanea (non mi vengano a dire che dietro la battaglia di Google nei confronti del gigante cinese non vi siano logiche squisitamente economiche). Il punto è che ormai da lungo tempo la nostra società ha imparato a sedare qualsiasi tipo di opposizione tramite un meccanismo di censura ben più subdolo e sotterraneo: invece di agire troncando l’informazione ha scelto di produrne una propria, studiata e distribuita in maniera tale da educare chiunque, anche i più ferrati pensatori, ad orientare le proprie idee e molto spesso i propri sogni verso una logica il cui fine ultimo è identico a quello verso cui tende la società stessa, cioè il profitto, il denaro. Siamo tutti ben consapevoli che il sistema nel quale viviamo non funziona e non contempla tra i propri scopi il bene comune, è palese, ma nonostante tutto la maggioranza di noi non fa nulla di concreto, me compresa. Il libero pensiero, in tutte le sue forme e in particolare in quelle artistiche, dovrebbe essere il bacino dal quale estrarre le idee in grado di agire concretamente sulla società modificandola e

portandola ad evolversi grazie alla capacità che rende gli artisti, di qualsiasi tipo, in grado di dare una forma alle idee, materiale notoriamente sfuggente, dotato di una plasmabilità potenzialmente infinita. È mia personale opinione che ora non è così. Se poi proviamo ad immaginarci ricchi e famosi, credo che nella nostra testa sparirebbero anche molti problemi e con essi la voglia e il desiderio di farci domande, cercare risposte e cambiare le cose che ci circondano. Sapete perché? Perché saremmo arrivati alla nostra realizzazione. Alla realizzazione che la società cui apparteniamo ha posto come punto più alto e che strano a dirsi non contempla il bene degli altri. Ci hanno educato così. Questa è la vera censura, operata ben prima di quella relativa all’informazione globale. Gli interessi di profitto sono il passepartout migliore per accedere alla casta degli artisti-vip, tanto più se le loro opere non veicolano nessun tipo di idea che porta ad una riflessione acuta sul mondo e che quindi non disturba minimamente la placida involuzione del pensiero critico, base fondamentale per ogni tipo di miglioramento, da quello personale a quello globale. In poche parole se un artista è potenzialmente una macchina per fare soldi ed è pure innocuo ecco qua la condizione perfetta affinché questi, molto spesso, arrivi a godere di una visibilità ampia tanto quanto sono ampi i potenziali mercati dove proporlo. Certo fare arte non contempla necessariamente il conturbare gli animi dei fruitori o attivare in loro quel meccanismo di riflessione che porta le persone ad interrogarsi su ciò che li circonda. A volte l’arte può essere semplicemente un evento estetico che partecipa alla descrizione dell’esistente, un focus che porta alla luce una parte definita del nostro sistema. Detto questo non me ne abbia Damien Hirst, che con le sue opere battute all’asta svariati milioni di sterline non credo apporti alcunché di innovativo e geniale al mondo dell’arte, e forse proprio per questo è riuscito ad assurgere all’olimpo dei creativi dell’arte contemporanea. I soldi censurano la testa delle persone e lo fanno veramente bene. Quindi per piacere che nessuno si scandalizzi se alcuni artisti o alcune idee vengono censurate, in fondo venendo a sapere chi o che cosa è stato soppresso si arriva anche a comprendere il messaggio o l’idea oggetto della soppressione medesima. Ciò non significa approvare la censura, anzi la contrarietà alla limitazione e alla selezione d’idee e concetti è qualcosa che va comunque e in ogni caso perpetuata, così come va difesa la libertà d’espressione, ma vorrei che vi fosse un po’ più di coerenza, che non si parlasse di Ai Weiwei solo dopo la sua prigionia. Se le sue idee sono così potenzialmente in grado di agire sugli ideali di una nazione come la Cina, che ha ritenuto opportuno imprigionarlo, lo erano anche prima che ciò avvenisse. Forse se Hirst fosse stato cinese sarebbe stato altrettanto censurato. Contingenze.