Frieze Zona Maco

>digital access
>printed version
>abbonamenti


>italian
>english

Boom! Whaam! Blam! Bang! Esplode il Pop nell’estate di Chicago. L’Art Institute ospita fino al 3 settembre la grande mostra Roy Lichtenstein: A Retrospective organizzata dallo stesso museo in collaborazione con la Tate Modern di Londra, che in autunno si sposterà alla National Gallery di Washington (14 ottobre 2012-6 gennaio 2013) e infine nella capitale britannica (21 febbraio-27 maggio 2013). È durante una conferenza al MoMa di New York nel dicembre 1963 che il movimento nuovo che sta rivoluzionando l’arte americana e mondiale viene battezzato ufficialmente Pop Art e fra i “padri fondatori”, insieme a Andy Warhol, James Rosenquist, George Maciunas e Marcel Duchamp, c’è Roy Lichtenstein (New York 1923-1997). E si sa quanto l’America sia devota ai suoi padri fondatori. A New York opera la Lichtenstein Foundation presieduta dalla seconda moglie Dorothy e in tutto il mondo decine di mostre continuano a celebrarne il genio. Questa di Chicago, con oltre 130 fra dipinti e sculture e una trentina di piccoli disegni e collage inediti, è la più grande esposizione allestita sino ad ora dalla morte dell’artista, la prima occasione dal 1997 ad oggi di ripercorrere in un solo viaggio una carriera lunga mezzo secolo.
Copiato, imitato, citato, riprodotto, è riconosciuto e riconoscibile in ogni angolo del globo come disegnatore di fumetti e creatore di immagini pubblicitarie, ma la sua produzione si allarga a prospettive multiformi, tutte forse non ancora e non altrettanto comprese. Perciò l’attenzione dei curatori di questa retrospettiva si focalizza in maniera particolare sul rapporto di Lichtenstein con le fonti artistiche che lo hanno ispirato, a partire da Picasso e il cubismo, passando per il surrealismo, il futurismo, l’espressionismo tedesco fino al West americano. Ecco allora nelle sale dell’ArtIC svelarsi finalmente la visione complessa e complessiva del suo linguaggio: accanto al filone “Pop Romance” e ai celeberrimi comics certo imprescindibili, universali ormai come un piccolo patrimonio dell’umanità, sono fissate le tappe di una ricerca ininterrotta e necessaria in cui ispirazione fa rima con dissacrazione e l’imitazione ha l’unico obiettivo di arrivare, concettualmente s’intende, quanto più distante possibile dall’originale, che si tratti di una natura morta di Matisse o di un hot dog. Icona della Pop Art e distruttore delle icone pop, al maestro newyorkese non interessa riprodurre la realtà ma reinterpretarla preoccupato, piuttosto, di come un’opera d’arte viene percepita.
Allegria, gioco, divertimento, ironia sono le parole chiave per entrare nel pop-universo di Roy Lichtenstein popolato da pupe, eroi e personaggi dei cartoon, aerei in combattimento, esplosioni e tori frementi, affollato di specchi e oggetti d’uso domestico, ritagliato in cornici e collage, fotografato in paesaggi, still life e studi d’artista. Un mondo dipinto e scolpito, colorato da pennellate extralarge e stampato da falsi puntini Benday, rilucente di oli e di smalti, un mondo fatto di tela, legno, plastica, bronzo e vetro, scandito geometricamente in bianco e nero, acceso dall’impatto grafico dei colori primari – il blu, il giallo, il rosso – tra i quali s’insinua il rosa carne dei volti e dei corpi, a volte il celeste del cielo, dove volano esclamazioni, grida, lamenti dentro una nuvoletta rubata al pianeta delle strisce “a stelle e strisce”, le strips targate stars and stripes.

Il giro del favoloso mondo di Roy Lichtenstein parte negli anni Cinquanta con gli omaggi all’epopea dei cow-boy e dei pionieri, e si chiude nel 1995 con i Paesaggi Cinesi dai colori tenui e le forme liquide, personalissima evocazione dei paesaggi a pastello di Degas. In mezzo, una strada lastricata d’arte. A partire da quando irrompono nei suoi quadri Donald Duck, Mickey Mouse e Bugs Bunny, o prende a rimaneggiare capolavori di Matisse, Monet, Cézanne, Picasso e Mondrian. È il 1957. Smitizzandoli, convertendoli in citazioni pop, trasforma le sue “copie” in originali glamour, spesso di formato gigante. Con gli anni Sessanta via libera alla sperimentazione, all’utilizzo di tecniche e materiali alternativi in pittura e scultura: Lichtenstein passa dal plexiglas al rowlux (la plastica lenticolare con cui compone magnetici collage), dall’ottone alle lastre d’acciaio perforato. All’olio accosta il colore acrilico e inizia a riempire le tele di puntinatura Benday, rimasta come un timbro indelebile nell’arte del XX secolo: la pittura che imita la stampa tipografica, l’impronta dell’ennesima inversione di ruoli. Sono gli anni delle illustrazioni pubblicitarie che lo hanno reso famoso.
Prendendo in prestito dalla vita quotidiana bicchieri, tazzine, tacchini e fette di torta, adottando il linguaggio enfatizzato dei fumetti, l’opera di Lichtenstein riflette la realtà, specchio dei simboli mass-mediatici e del consumismo della middle-class borghese americana in ascesa nel boom economico del secondo dopoguerra, di cui lui stesso è figlio. Appartengono già agli anni Settanta gli Still Life zeppi di auto-citazioni e di rimandi a Matisse e poi al cubismo, la serie Studio d’Artista, le provocazioni sul futurismo, l’uso dei colori metallici. E ancora gli Specchi, le rielaborazioni dei surrealisti (da Dalì ad Ernst a Mirò) dai quali importa frammenti figurativi, le sculture in bronzo dipinte e patinate, trasposizioni tridimensionali di originali bidimensionali che assumono nuovi significati e una diversa funzionalità. Poi arrivano gli anni Ottanta ed ecco comparire le Pennellate, ecco le serie dei Telai e dei Due Dipinti, l’astrazione geometrica dei Perfect/Imperfect, i Reflections a Southampton in cui tornano le citazioni dei fumetti precedenti. Fino agli anni Novanta, con la serie degli Interni e i nudi. Giovani donne nude illustrate, ritratte nell’atto di dormire, leggere, giocare. C’è tutta l’arte di Lichtenstein nella mostra di Chicago: una stravagante e sorridente rilettura del passato che ha inventato lo stile della contemporaneità. Oggi le sue pin-up campeggiano sulla copertina della guida del MoMa ma anche su sedie, borsette e scarpe da tennis… è l’inarrestabile epidemia del pop, bellezza!