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Spesso si parla di Berlino a proposito dell’architettura realizzata negli ultimi anni e giustamente, visto che è stato il più grande cantiere al mondo negli anni Novanta del secolo scorso, con interventi che ancora oggi fanno parlare di sé. Ma la città regala agli amanti dell’arte, soprattutto, anche un altro contenitore costruito nei lontani anni Sessanta: si tratta della Neue Nationalgalerie di Ludwig Mies Van der Rohe. Progettata nel 1962 la nuova galleria per l’arte si trova vicino al parco Tiergarten e Potzdamer Strasse in quella parte di Berlino Ovest che in quegli anni ha subito una trasformazione urbanistica in chiave di riqualificazione dei danni causati dalla guerra mondiale ancora evidenti all’epoca. L’architetto tedesco emigrato negli Stati Uniti fu chiamato dall’amministrazione berlinese per realizzare questo nuovo edificio espositivo quando era vicino agli ottant’anni, ed era impegnato nella progettazione di un museo per la piccola cittadina di Schwainfurt. Vista l’occasione importante di Berlino abbandonò subito gli studi preliminari per Schwainfurt e si concentrò in quello che poi fu l’ultimo suo lavoro. Per chi non conoscesse l’opera di Mies Van der Rohe si potrebbe sinteticamente chiamarlo “il maestro del contemporaneo”: Less is more (il meno è il più) è il suo testamento architettonico, concetto ripreso a distanza di circa cinquant’anni e già affrontato con grande capacità dall’architetto Adolf Loos (1870-1933) che con il suo libro Ornament und Verbrechen (Ornamento e delitto) del 1908 ha definitivamente fondato il razionalismo europeo. Tornando a Mies, così amichevolmente chiamato dagli addetti ai lavori, architetti e designers, non si può che acconsentire e – anticipatamente alla descrizione – affermare che l’ultima sua opera realizzata è il manifesto concretizzato e forse uno dei meglio riusciti di tutta la sua lunga carriera. Si tratta di un parallelepipedo simmetrico che si sviluppa in pianta su di un quadrato di 50 metri per lato interamente costruito con profili in acciaio e pareti completamente vetrate. L’intero edificio copre una superficie totale di circa cinquemila metri quadri, di cui la metà concentrata al piano terra, l’unica parte visibile, e l’altra metà al piano seminterrato, visibile solo dal retro. La grande halle di ingresso al museo è inondata di luce ed è destinata alle esposizioni temporanee che con cadenza trimestrale si susseguono intensamente.

Il volume fuori terra è sormontato dalla grande copertura piana di 65 metri di lato, sollevata otto metri da terra, costituita da un reticolo a maglia quadrata di travi in acciaio interamente sorretta da otto pilastri cruciformi (il marchio di fabbrica di Mies) posti in modo da creare come una sospensione della stessa copertura e divenendo di fatto il motivo caratterizzante l’intera struttura architettonica. Il contrasto che si crea tra la grande massa acciaiosa sollevata e le pareti vetrate è amplificata dal fatto di non trovare agli angoli i pilastri di sostegno, il che dona una grande leggerezza all’insieme pur avendo utilizzato enormi travi di acciaio. L’architetto tedesco reinterpreta in quest’opera l’idea del Partenone greco: l’edificio è anch’esso su di un basamento rialzato e le colonne sono idealizzate e messe a nudo. Nei dettagli si ritrova tutta l’energia progettuale ed evocativa dell’autore che come un cesellatore moderno concentra l’attenzione nei punti nevralgici della costruzione. Le pareti completamente trasparenti permettono una completa interazione del visitatore con la città mantenendo allo stesso tempo una neutralità sull’opera esposta in maniera efficace e riuscita. Nella halle lo spazio è come dilatato sul paesaggio e il contenitore diventa discreto elemento pronto a rivelare la sua essenza negli incroci di travi, nell’attacco a terra dei pilastri, in quei pochi elementi che assumono ed innescano appunto, per la loro limitata variabilità, un’enorme vibrazione della materia. Un’architettura che nella zona cruciale, il piano seminterrato, non rileva particolari elementi costruttivi in quanto la concentrazione del visitatore deve riflettersi sull’opera esposta, rappresentata prevalentemente dall’arte del XX secolo con autori come Picasso, Dalì, De Chirico, Paul Klee. La luce in questo secondo livello è prevalentemente artificiale, tranne nella zona comunicante con il giardino dal quale si ammirano sculture di artisti contemporanei. Mies ha, con questa sua ultima opera, evidenziato e messo a nudo la potenza e la poesia del minimalismo che oggi tanti e spesso improvvisati pseudo cultori della materia usano senza conoscerne il significato profondo.