Frieze Zona Maco

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Sappiamo come Yves Klein, tanto vicino a mio cugino Piero Manzoni, volle creare “Zone di Sensibilità Pittorica Immateriale” eliminando, via via, oggetti o soggetti per restituire, unicamente, l’imma¬gine della loro assenza. Era alla spiritualità e al sacro che infine mirava, dando vita, per questo, in primo luogo alle sue famose campiture blu, per poi giungere al Salto nel Vuoto, al silenzio, all’uscita di scena, non clamorosa, dell’artista, così che solo la sua essenza, la sua energia indomabile (nobile, aristocratica) potesse rimane fluttuante nell’etere (infatti ancora naviga nel mistero la vera causa della sua morte, avvenuta all’età di 34 anni). Era quindi ciò che noi occidentali definiamo “il metafisico” se non “il trascendentale” che interessava a Klein, dipingendo quadri senza immagine, scrivendo libri senza parole, eseguendo musica affidandosi a una nota sola.
Il blu, colore del mare e del cielo, fu perciò la sua prima firma e l’inizio della sfida; quella fibrillazione dell’occhio, quel respiro mozzato, che ci inghiotte, proiettandoci verso l’infinito e, forse, entro quel terrore ancestrale: il non sapere; sintesi assoluta di ciò che è l’esistenza umana; amore indissolubile per i “cavalieri dell’anima”… coloro sempre alla ricerca del segreto.
Perciò immateriale l’insieme del percorso artistico di Klein: il corpo si annulla nel blu per dilatare la sua vera essenza poi nell’oro (da sempre tinta simbolo del divino). Quindi “primato del colore che diviene in sé arte”; purezza; perdita di fisicità (lui che era partito come body artista); dissolvenza; e, per chiudere il cerchio, ricongiungimento con la totalità.
Ed ecco il “vuoto” e il “nulla”, che vanno a riempirsi, gradatamente, di quello che fu creazione originaria; di quel “senso perduto”; di quella immanenza che in tutti noi ancora alberga, ma di cui spesso, se non sempre, ci scordiamo, e mai come in quest’epoca di “carne disabitata”.
Sappiamo che nel 1947 Klein frequentò un corso di Judo (giungendo, in breve, a livelli eccelsi in tale disciplina) in modo che la teosofia cosmologica rosacrociana di Max Heindel, che considerava suo maestro per elezione, si coniugò con la filosofia Zen, facendo, di lui, un alambicco entro il quale Occidente e Oriente s’incontrarono e in cui concepimento, crescita, evoluzione, parto trovarono spazio e spirito coeso… eternamente coeso… come poi è lo spirito dell’universo madre, in cui viviamo e di cui facciamo parte.
Nei suoi taccuini giovanili troviamo scritto: “La scienza fisica sa che qualunque sia la forza che muove il cuore, essa non viene dal fuori, ma risiede nel cuore stesso. Lo scienziato occulto vede una camera nel ventricolo sinistro, vicino all’apice, dove un piccolo atomo ruota in un mare del più elevato Etere. La forza di quell’atomo, come le energie in tutti gli atomi, è la vita indifferenziata del divino. Senza quella forza il minerale non potrebbe formare la materia in cristalli e i regni vegetale, animale e umano sarebbero incapaci di formare i loro corpi. Più profondamente guardiamo, e più chiaro ci appare quanto è fondamentalmente vero che nel divino viviamo, ci muoviamo e abbiamo la nostra esistenza. Quell’atomo è chiamato Atomo-Seme.

La forza in lui contenuta muove il cuore e mantiene in vita l’intero organismo. Tutti gli altri atomi dell’intero corpo devono vibrare in armonia con questo. Le forze di quell’Atomo-Seme furono immanenti in ogni corpo denso che fu posseduto dal particolare Ego a cui esso è unito e sopra la sua tavoletta plastica sono incise tutte le esperienze di quel particolare Ego durante tutte le sue vite. Quando torniamo al divino, quando saremo di nuovo uno in esso, quel ricordo, che è particolarmente ricordo suo, rimarrà sempre, e così noi manterremo la nostra individualità. Noi trasmutiamo, come sarà scritto, le nostre esperienze in facoltà, il male è tramutato in bene e il bene lo riteniamo come capacità di un bene sempre maggiore, ma il ricordo delle esperienze è del divino e nel divino, nel senso più intimo dell’espressione.”
Di seguito, vennero le sue Peintures de feu, combustioni realizzate a fuoco, elemento di trasfor¬mazione e principio alchemico archetipo in cui, per il critico Pierre Restany, si concretizzò “il felice matrimonio tra eti¬ca ed estetica”, quindi il Salto nel Vuoto (il gettarsi totalmente, quale scelta) e da quella fotografia egli iniziò la vera partita, il vero braccio di ferro, con l’imperituro, col perenne. Si dice che il famoso scatto Salto nel Vuoto non sia altro che una manipolazione, un fotomontaggio, e può essere, ma non tutti sanno che Klein, anche merito la sua struttura fisica modellata dallo sport (divenne anche istruttore e supervisore presso la Federazione Nazionale Spagnola di Judo) e da una vita oserei monastica, il tutto sostenuto da una capacità di concentrazione fuori dal normale e da una ferrea volontà (doti avvicinabili a quelli di Mishima), era solito (e non è leggenda) gettarsi da finestre e balconi, posti anche a quattro o cinque metri d’altezza, per poi atterrare al suolo, capriolando come un paracadutista, senza farsi alcun male.
Per Klein tale pratica avversava il considerare l’uomo come limitato nelle sue capacità, abbandonato al determinismo naturalistico e a ogni possibile condizionamento, e si poneva contro la situazione estremamente precaria di un mondo uscito sconvolto dal Secondo Conflitto Mondiale e avviato, tra somme incertezze e tentativi, spesso non sostenuti da un progetto forte, all’opera di ricostruzione materiale e di un sapere. Del resto, per Klein, l’essere del e nel mondo trascendeva l’uomo e si manifestava unicamente attraverso strutture che, appunto, davano costrutto allo stesso; tali strutture erano i modi possibili con cui l’uomo si poneva in rapporto col mondo e agiva in funzione a esso o reagiva contro lo stesso, essendo, le strutture, comunque gabbie.
E dalla reazione a tali gabbie ecco nascere quei coraggiosi “salti nel vuoto”, indirizzati, non a caso, anche all’intero Pensiero Esistenzialista (allora tanto in auge), infatti, dell’Esistenzialismo, Klein accettava solo il concetto che la vita è concepita quale dimensione di continua e libera possibilità, quindi non esauribile in meri processi razionali, di seguito accogliendo anche quei fattori e quelle forze che il pensiero esclude, realizzando un costante stato di tensione verso l’Essere che coincide col Dasein dell’uomo… cioè “col vero e profondo senso dell’esserci” nell’Insieme Cosmico-Divino.
Da ciò l’importanza di Klein, in piena rottura con lo Strutturalismo e ponte titanico fra Tradizione e Moderna Visione Aperta di un Fattibile (e Futuribile).