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Nessun limite, eccetto il cielo.*
*Miguel de Cervantes, Novelas ejemplares (1613), collezione di 12 storie brevi.

In questo numero de L’Aperitivo Illustrato dedicato al tema del blu nell’arte e nell’architettura abbiamo cercato di enfatizzare al meglio quelle “icone” che più si adattavano all’essenza della rivista. Per questo motivo e per quanto riguarda l’architettura, protagonista di queste pagine è il progetto del Museo di Arti Antiche ad Arles, in Francia, ad opera dell’architetto Henri Ciriani inaugurato nel 1994.
Abbiamo voluto ripubblicare un progetto, anche se già ampiamente divulgato, perché chi se lo ricorda come nelle immagini di apertura, ora dovrà munirsi nuovamente di macchina fotografica e recarsi sul posto. Sì, perché il museo sta subendo una trasformazione, un ampliamento di matrice compositiva completamente diversa dagli stilemi di colui che lo ha pensato. A tal proposito abbiamo chiesto all’architetto Ciriani di rilasciarci un’intervista su ciò che sta accadendo oggi ad Arles, al “suo” museo, riassumendo brevemente l’idea originaria.

Spesso nella sua architettura si è cimentato in progetti di grande scala. Nel progetto per il Museo ad Arles, come sono state connesse tutte le variabili inerenti al paesaggio, alle infrastrutture e all’architettura in relazione allo sviluppo di quel territorio?
Il paesaggio di Arles possiede la bellezza brillante di un sole ardente, come quelli che Van Gogh, nella sua pittura, ha saputo riprodurre. Il sito è quasi una penisola naturale occupata dalle testimonianze del circo romano e dai macelli comunali più in là. Oggi l’autostrada è l’unico vincolo che si pone fra l’antica giacitura del circo e il centro storico; con sapiente trasformazione in viadotto si potrebbe connettere la penisola al tessuto urbano.
La disposizione del museo di arte antica, in base al progetto di concorso, si colloca alle pendici dell’emiciclo del circo come fosse una sorta di quinta scenica e si fa accompagnare dal fiume Rodano nella parete di destra e dalle acque del canale du Midi sul fronte di sinistra (lato sud). Il museo visto dall’autostrada appare come un oggetto monumentale, una forma triangolare che, con le sue pareti, diventa l’elemento di transizione tra un paesaggio dominato dall’acqua e l’intenso cielo azzurro.

Secondo Colin Davies l’importanza del significato sta nel fatto che senza rappresentazione non c’è significato. Ma la rappresentazione appartiene per lo più al mondo dell’arte mentre l’identità alla sfera architettonica, dunque qual è il significato dell’identità del progetto?
Il primo ostacolo per il progetto di un museo dipende dallo schema con cui verranno presentate ai suoi visitatori le opere d’arte in esso contenute. L’altro aspetto fondamentale è come dovrà essere progettato il percorso espositivo, oltre agli aspetti legati all’illuminazione naturale. Vale a dire un edificio ampio e materico con tutta la maestosità necessaria per onorare ciò che contiene. In un museo moderno la forma è importante in quanto deve essere in grado di veicolare correttamente i visitatori nei percorsi interni, un po’ come nel Guggenheim di Wright a New York o nei concetti esposti da Le Corbusier. Nel mio caso il triangolo conduce ad un percorso che ha la valenza di un “circuit en boucle” ossia un circuito chiuso.
Per quanto riguarda il significato e l’identità del progetto, l’alternarsi delle lastre di vetro blu smaltato con il rivestimento marmoreo del basamento è stato l’unico modo per delimitare la linea di separazione tra terra e cielo, un cielo così blu che tanto avvolge tutta la città.

Organizzare forma e funzione è tra le cose più difficili del fare architettura. In che modo ha messo in relazione questi due aspetti durante il concepimento del Museo?
La forma e la funzione sono complementari. Tuttavia “forma” non significa estrudere semplicemente la pianta verso l’alto, ma occorre farlo con basi teoriche ben precise. La funzione in questo caso segue la forma e viceversa. La necessità di avere ingresso e uscita nello stesso punto ha suggerito da subito la scelta di una forma difficile come il triangolo. Tale spazio triangolare, al suo interno, è delimitato dalle pareti di separazione delle ali culturale e scientifica su due lati, mentre le vetrate sul terzo lato aprono lo sguardo del verso il fiume.

Alla luce dei recenti episodi che hanno visto demolire una parte del Museo per un nuovo ampliamento, tra l’altro per mano diversa, cosa indica per lei il rispetto in architettura e cosa significa rispettarla?
Rispettare l’architettura vuol dire anzitutto conoscerla, vale a dire informarsi e dopo, a partire dalla conoscenza, si può valutare la logica intrinseca di un’opera. Vuol dire inoltre impiegare tutti gli strumenti possibili affinché l’opera non perda la sua essenza, anche dopo eventuali modifiche. Demolire una parte di un’opera architettonica riconosciuta e pubblicata in tutto il mondo senza avere nemmeno fatto lo sforzo di “conoscerla” rappresenta un crimine culturale.

Schulz diceva che ogni luogo contiene in sé uno spirito, nel progetto originario per il Museo come è stato considerato il così detto Genius Loci? Dunque se esiste un Genius Loci esso continuerà a durare nel tempo anche dopo la falsificazione dell’autentico?
Lo spirito del progetto originale si può riassumere come un edificio ampio orizzontale il cui tetto conduce la luce naturale e i cui angoli racchiudono gli spazi aperti. La capacità di un progetto di mantenere il Genius Loci dipende dalla forza con cui un’opera si inserisce in un territorio ma soprattutto da come gli abitanti di questo territorio la apprezzano, a mio avviso l’architetto autore non può deciderlo a priori.

Un’ultima domanda. Si dice che un’opera è compiuta quando è in perfetto equilibrio con tutte le sue parti, dunque la perdita materiale di un solo piccolo elemento pregiudica l’intera stabilità di quest’opera. Alla fine delle operazioni di ampliamento del Museo accetterà ancora di riconoscere il suo progetto o lo rinnegherà?
L’aggiunta di un nuovo corpo di fabbrica conferisce squilibrio al progetto iniziale. Uno dei tre angoli non corrisponde più, la spazialità interna risulta turbata e la continuità del percorso non è più unitaria. Le modifiche oltretutto influenzano due delle tre facce del museo. Non posso né accettarlo né negarlo: posso solo denunciare il crimine.

Nel ringraziare l’architetto Henri Ciriani per averci concesso questa intervista, vorrei concludere dicendo che il potere dell’architettura unito alla cultura che si cela in essa non cesserà mai di esistere. Non saremmo niente senza cultura.

*La versione integrale e completa dell'articolo su L'Aperitivo Illustrato quarterly N. 59