Frieze Zona Maco

>digital access
>printed version
>abbonamenti


>italian
>english

tratto da "AI_n.62_Giallo_La Tecnica"

Tecnica: Claudio Cintoli (1935-1978) è stato un alfiere dell’Iperrealismo cui non bastava innescare un meccanismo di verosimiglianza con il mondo. Voleva semmai ostentare un “vero più vero del vero”, soppiantando quella realtà che di per se stessa non ci offre certezze assolute. L’artista iniziava così la sua corsa verso quell’eccesso di realismo che, paradossalmente, rendeva la vita più evidente e plausibile.

Intorno alla metà degli anni sessanta l’immagine-icona dell’uovo era già apparsa nei diari di Claudio Cintoli (la decade è quella inauguratasi con la Consumazione dell’arte di Manzoni che distribuiva uova sode con impresse le impronte del pollice); risalgono allo stesso periodo gli inebrianti prolegomeni del Ciclo del volo che anticipano il best-seller di Richard Bach Jonathan Livingston seagull, storia di un gabbiano a cui “importa soltanto imparare che cosa si può fare su per aria, e cosa no”.
Il clima culturale alla fine degli anni sessanta, e per tutti i settanta, è caratterizzato dall’Iperrealismo che in Nord America si antepone al minimalismo e all’arte concettuale. Contrariamente alla concezione sintetica della tradizione italiana, il particolare maniacale del “superrealismo” è un tipico retaggio della cultura fiamminga ma, più verosimilmente, la capziosità di Cintoli deve essere fatta risalire al suo soggiorno newyorkese. Ereditando la purezza di Piero della Francesca e di una certa atemporalità metafisica, Cintoli insegue una perfezione che desume dalla storia dell’arte, cui aveva per altro reso omaggio in alcune mostre romane. Che si tratti di un ritratto o di un frutto, la sua pittura è analitica, decisamente eloquente, organizzata secondo valori plastici, ombre e luci cristalline che permettono al dettaglio – sempre maniacale – di aderire al mondo. Non a caso uno dei soggetti prediletti è l’uovo di struzzo, che nelle chiese del Rinascimento veniva collocato a titolo decorativo, mentre nell’antichità era simbolo della creazione (oppure dell’anima), nonché rappresentazione della rinascita di Cristo.
Il guscio ceruleo di Cintoli, epitelio duro eppur fragile dalla porosità follicolare, è forma immaginifica del mondo. Le opere sembrano avvolgersi nel biancore di queste superfici ovali, nello stupore ottico che si accompagna al sublime, e diventa emblema: lucido, lirico. Nel biennio 1973-75 Cintoli dipinge quindi una serie di quattordici tele dal titolo Un uovo è un uovo, poi esposte alla galleria Lorenzelli Arte di Milano nel 1977. L’esposizione anticipa la personale Nido e altri voli, tenutasi l’anno seguente a Bologna, presso la galleria De’ Foscherari. In questa seconda fase il bozzolo si è dischiuso, implumi pennuti vengono ritratti dall’alto, inscritti entro un ovale; gli fanno eco quattro tele di formato quadrato nominate secondo i punti cardinali. Idealmente, la mostra pone fine al letargo dell’uovo e introduce il tema della vita, che spicca il volo dal nido.


Dopo l’incubazione-germinazione artistica, vediamo concretarsi l’idea[le] dell’esistenza, dell’essere e dell’eternità, perché è dall’uovo che nasce l’Eros alato, ossia l’Uomo Cosmico ed eterno.
Volendoci rifare al titolo usato da Mariano Apa nel catalogo della retrospettiva dedicata a Cintoli nel 1987, presso il Comune di Loreto, “la ricerca dell’androgino” è un leitmotiv rimasto parzialmente inevaso da questo punto di vista. Come puntualizza Aldo Buzzi nel saggio culinario L’uovo alla kok, l’uovo “ha la proprietà di essere maschile al singolare e femminile al plurale” (quelle di struzzo vengono covate sia dalla femmina che dal maschio), William Blake identificava invece nel tuorlo il principio maschile e nell’albume quello femminile. “Appena si parla di uova”, scrive ancora Buzzi, “sorgono mille problemi. Sono migliori le uova chiare o quelle scurette? Quelle grandi o quelle piccole? Quelle col tuorlo giallo o quelle che lo hanno arancione? Tuorlo o torlo? [...] Un’opera d’arte è sempre un’avventura: l’omelette non sfugge a questa regola”.
Nel 1972 Cintoli mette in scena la sua performance più nota, Crisalide, in cui si fa appendere a testa in giù, avvolto nella juta entro la quale cerca di aprirsi un varco: atto catartico, di rinascita artistica che indurrà l’artista a uno sdoppiamento, quel Giano bifronte che prende il nome di “Marcanciel Stuprò”. Lo sforzo di “venire alla luce” – simil-partenogenesi tra le tenebre del sacco – instaura un legame tra identità e alterità, fino a farsi copula mundi. Sarà infatti Stuprò a organizzare il bagno nelle uova in cui si immergono due ragazze durante il vernissage alla galleria Multipla di Milano, esponendo in anticipo di un anno (1976) dei dittici con uova di struzzo. Il vertice è dunque quello di un uccello incapace di levarsi in volo, verso la vertigine, in quel vuoto che appartiene a buona parte dell’ermeneutica vergata sull’artista. Ebbene, Cintoli ci offre un rompicapo molto simile all’arrovellarsi dei bambini, intenti a svelare se sia nato prima l’uovo o la gallina, e quasi sicuramente finiamo col “deporre” a favore di un principio che è anche sua stessa causa. Tra oracoli e sfingi, l’unica cosa certa è che in uno dei suoi tanti taccuini l’artista ci ha lasciato scritto la seguente frase: “Ero ghiotto di uova e mi piaceva berle appena trovate sotto la paglia o in un fosso”.