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La fotografia è un’araba fenice
(Pio Tarantini, no.64 Blue Turquoise - the inspiration)

Nei giorni in cui scriviamo queste note, ai primi di novembre del 2013, il famoso fotografo Steve McCurry, dopo un’apparizione televisiva in una tra le più ambite trasmissioni di intrattenimento culturale della televisione italiana, si è presentato a Milano per una conferenza in una sede istituzionale scatenando una ressa incontenibile e un tifo da stadio: viene da pensare che qualcosa di importante è successo negli ultimi anni nel mondo della fotografia, non soltanto italiana. Il famoso fotografo idolatrato come una Rock Star è un segnale sociologico di tutto rispetto: indica non solo che la fotografia è trattata alla pari di altre, più consolidate, forme d’espressione, ma che ha raggiunto un pubblico molto vasto, debordando dai ghetti specialistici che l’hanno contraddistinta. Un altro segnale importante viene dall’imprevisto successo avuto fin dall’esordio, nel 2011, di MIA Fair, la Fiera internazionale di fotografia d’arte, successo poi consolidato negli anni successivi, tanto da spingere Fabio Castelli, suo ideatore e realizzatore, a esportare la manifestazione all’estero con la futura edizione di Singapore, nell’autunno del 2014.
Sono dati in evidente contraddizione con quanti da tempo discettano sulla fine della fotografia, soprattutto alla luce della grande trasformazione tecnologica in corso, con l’abbandono della sua essenza originaria fisico-chimica, soppiantata dal procedimento digitale. Questioni spesso affrontate nei luoghi deputati a diversi livelli − da quello pratico-tecnologico a quello concettuale − e che riportano al quesito principale: il ruolo della fotografia nel campo della documentazione e della ricerca artistica.

Documentazione e ricerca artistica
Sebbene la divisione della fotografia tra documentazione e ricerca artistica costituisca un falso problema, è stata, e per certi aspetti resta, al centro di un dibattito polveroso: i due ambiti infatti non sono così facilmente separabili, poiché la fotografia di informazione e documentazione è già di per sé una forma di espressione artistica senza bisogno di ulteriori conferme. La fotografia di documentazione rientra nell’ambito della fotografia come traccia, come specchio del mondo, realizzato attraverso un procedimento meccanico, fisico-chimico o digitale, governato dall’occhio, dall’intelletto e dalle passioni dell’uomo, per usare una formula datata ma per certi aspetti sempre interessante come quella bressoniana. A questo punto, è naturale l’innesco di una successiva considerazione, relativa alla brillante e fortunata intuizione di Franco Vaccari che introduce nella riflessione sulla fotografia il concetto di inconscio tecnologico1, la proprietà cioè della fotografia di insinuarsi per mezzo del suo procedimento meccanico nell’operazione artistica a prescindere dalle immagini finali, una sorta di partenogenesi artistica che arriva a mettere in discussione l’autorialità.
Senza complicare a tal punto un discorso che merita una riflessione precipua, torniamo all’argomento di queste note, il ruolo della fotografia nella società contemporanea: possiamo provare a ricordare alcuni orientamenti principali scaturiti dagli studi sulla fotografia degli ultimi decenni. A partire dagli anni ottanta del Novecento, infatti, la riflessione teorica e la conseguente bibliografia internazionale sulla fotografia hanno conosciuto un intenso sviluppo che si è articolato ben al di là dei più consueti tagli storici. La mera esigenza ordinatrice, che storicizzasse quanto avvenuto, si dimostrava insufficiente, se pur necessaria; occorreva riflettere più profondamente sui diversi aspetti che la fotografia ha assunto nella società: dai suoi molteplici ruoli sociali a quello nel sistema dell’informazione e della documentazione, e in quello dell’arte, dall’analisi del suo status filosofico e concettuale a quella sulla complessità del suo linguaggio.


La fruizione della fotografia, oggi
Tutto ciò ha portato ad una modifica sostanziale nella fruizione della fotografia, che non può più essere soltanto quella dell’informazione giornalistica – declinata in forme diverse, da quelle più immediate e popolari a quelle più raffinate – o quella esclusiva dei circoli, appannaggio degli amatori e degli addetti ai lavori. La fotografia, uscita dal ghetto, occupa non solo i soliti luoghi deputati ma si espande nelle gallerie private, nelle istituzioni pubbliche, nell’editoria, con una pubblicistica specifica molto ricca e variegata, nelle manifestazioni pubbliche, da quelle a carattere cittadino a quelle internazionali, nelle fiere d’arte, sia quelle generali che quelle specifiche.
Contrariamente quindi a un’abitudine, spesso diffusa, tendente alla lamentela per il presunto ruolo secondario svolto dalla fatale invenzione, oggi possiamo forse dire che la fotografia, pur in presenza della televisione, della telematica e del web, vive un periodo di affermazione come forse soltanto nella sua ottocentesca età d’oro.
Si tratta sicuramente della consacrazione della forma di espressione che ha caratterizzato il Novecento, e come tutte le consacrazioni comporta il rischio di guardare al passato, di essere cioè il riconoscimento di qualcosa che è stato: questa impressione può essere rafforzata da una delle caratteristiche proprie dell’essenza della fotografia, essere appunto la traccia, la testimonianza di qualcosa che “è stato”, irrimediabilmente passato, così come molti studiosi hanno descritto.
Un atteggiamento che trova proseliti tra chi discetta di fine della fotografia: torna così in campo un refrain che spesso si è ascoltato a proposito di altre forme di espressione. L’esperienza, e un po’ di prudenza rispetto ad affermazioni apodittiche, suggeriscono che gli avvenimenti sono sempre più complicati e che i mutamenti del linguaggio e le innovazioni tecnologiche ad essi strettamente correlati incidono sì pesantemente sulla creazione, diffusione e fruizione di una forma d’espressione, ma non ne decretano automaticamente la fine.
Il dato di fatto è che la fotografia resta una rappresentazione bidimensionale, realistica o meno, del mondo: e l’ambito del suo linguaggio si inscrive in buona parte nei parametri di analisi e giudizio accettati per le forme tradizionali delle corrispondenti forme d’arte. In questa ottica, ormai consolidata e condivisibile, la fotografia non solo vede consacrato il suo status ma, indipendentemente dai modi praticati e dalle finalità perseguite, si presenta, all’alba del ventunesimo secolo, come un linguaggio visivo attuale e incubatore-generatore di nuove modalità di espressione.