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I confess I am Billie Holiday! (così lontani così vicini)
(Roberto Palumbo, no.65 Purple Lilac - The Possibilities)

Sembra strano, ma è vero: Tomislav Gotovac, conosciuto anche come Antonio G. Lauer, attore, regista, performer croato (ed artista a tutto tondo) che con la sua straordinaria fisicità avrebbe potuto impersonare chiunque o qualunque cosa, se avesse potuto avrebbe scelto di “essere” lei, Billie Holiday. In linea d’aria Harlem, a New York, dista 6.897 Km da Zagabria. I due non si sono mai incontrati, e non si può dire che siano stati contemporanei: eppure la connessione e l’influenza della Holiday su Gotovac è stata così forte da farlo diventare “Un artista americano attivo in Zagabria”. 
Curioso? Forse no. Per capire la complessità, e allo stesso tempo la straordinaria semplicità e purezza dell’opera, dell’uomo e del regista, attore e precursore della performance art nella ex Iugoslavia, è necessario immedesimarsi nel contesto storico politico e culturale in cui è nato, cresciuto e vissuto. Figlio di Elisabetta “Betti” Lauer (per amore, ed in segno di riconoscenza, ne prenderà il cognome), grande appassionata di cinema proveniente da una famiglia della buona borghesia ungherese, e di Ivan Gotovac, militare dell’esercito iugoslavo, Tomislav nasce a Sombor nel 1937. Quando nel 1941 le forze armate dell’asse invadono la Iugoslavia, il regno, a lungo tenuto assieme sul malcontento popolare, si sgretola, e il territorio viene diviso tra Ungheria, Italia e Germania. Dalla radio, Ante Pavelic, messo a capo dello Stato Indipendente di Croazia da fascisti e nazisti, chiama a raccolta tutti i militari croati dell’esercito del regno, affinché si uniscano alle truppe del nuovo stato indipendente di Croazia. Con il figlioletto di quattro anni, la moglie ed i loro pochi averi, Ivan Gotovac decide di partire per Zagabria. Quel viaggio a bordo di un treno merci, attraverso un regno ormai fantasma, durerà due settimane. Quell’avventura e quei binari, controllati ora da un esercito ora da un altro, resteranno a lungo impressi nella mente del piccolo Tomislav.
All’arrivo a Zagabria, al padre viene riconosciuto il grado di sergente. Promosso, viene aggregato alla guardia nazionale, che controlla il territorio assieme agli Ustacha, la forza armata ultranazionalista che farà scempio di ogni serbo, ebreo o comunista che non si convertirà al cattolicesimo. L’atmosfera di Zagabria è molto dura, ci sono blocchi ovunque, vige il coprifuoco dalle nove alle sei del mattino, e il piccolo Tomislav, cresciuto tra i paesaggi naturali di Sombor dove si parlava perlopiù ungherese, ora fa fatica a capire gli strani dialetti serbi che quasi tutti parlano. Di quella piccola Zagabria di allora, pochi luoghi sono permessi ad un bambino di quattro anni. Tra questi uno in particolare troverà posto nei suoi ricordi, alimentando la sua futura fantasia e formazione artistica: la piazza del teatro nazionale dove Gotovac vede La Fontana della vita di Ivan Maestrovic. È composta da un gruppo di sculture poste in circolo, che attirano la sua attenzione. Ciò che lo colpisce e affascina è il fatto che le sculture rappresentano delle figure umane: uomini, donne, bambini ed anziani completamente nudi. Durante la guerra quella piazza è uno dei pochi posti che può frequentare e in cui ritornerà spesso. Quei corpi e quelle figure,che attraverso il tocco della mano può sentire ogni volta che beve da quella fontana, gli rimarranno impressi per sempre. Allo stesso modo, giovanissimo, resterà affascinato dai dipinti di Victor Kovacic e dalle sculture nella Chiesa di San Blasius, nel quartiere in cui vive. Raffigurano la via Crucis, il Golgota e gli stessi Crocefissi, mostrando le fattezze del corpo esposto nella nudità, insinueranno una prima sensibilità artistica sotto la sua stessa pelle. Visioni che lo colpiranno profondamente, avviando in lui una prima riflessione sul nudo nell’arte. Nel dopoguerra la città e il paese cambiano profondamente sotto l’influenza di Josep Broz “Tito”. Quel regime oppressivo ostacolerà a lungo la libera espressione, eppure permetterà a Gotovac di accedere al mezzo che maggiormente influenzerà la sua opera: il cinema, da cui resterà letteralmente rapito. A partire dal 1951, Gotovac avrà la possibilità di accedere a sei film americani a settimana, nella hall dello YNAH, il Teatro Nazionale Militare; vede le opere di Vladimir Pogacic e di Eisenstein, ma anche l’opera completa di Buster Keaton, e quando più tardi il direttore della cineteca nazionale inizia a proiettare al teatro Balcan e allo Zagreb tutto il materiale degli archivi, per Gotovac si spalancano le porte del paradiso. Nel 1954 la repubblica federale di Yugoslavia inizia ad aprire le porte all’arte occidentale, e dopo la guerra di Corea ha persino la possibilità di assistere ad uno spettacolo della compagnia del teatro dell’opera di Pechino, oltre alla rappresentazione originale di una delle opere che più lo colpiranno: Porgy and Bess di George Gershwin, direttamente da Manhattan. Per la prima volta Gotovac vede uno dei più bei musical di tutti i tempi, con più di 100 attori e cantanti di colore. Non è uno spettacolo che si dimentica facilmente. Naturalmente è anche il primo incontro con Summertime, la cui miglior interprete, anche se fuori dal teatro, magari in un fumoso club di New York, potete immaginare da soli chi sia.


A teatro vedrà anche Marcel Marceau e il Titus Andronicus  di Peter Brook, con Vivien Leigh e Laurence Olivier, oltre ad una serie di operisti da tutto il mondo. Nelle prime gallerie vedrà le opere di Tiziano, Klee, Kurt Schwitters, Max Ernst che saranno per lui quasi un shock, essendo il primo incontro con qualcosa fino a quel momento visto solo sui libri. Nel 1957 incontra il cinema neorealista e ammira tutta l’opera di Chaplin, ma anche di Fritz Lang ed i film russi sull’Ottobre Rosso. È in questo periodo che un amico gli passa alcuni nastri di un artista Jazz americana. Quell’artista è Billie Holiday: quando sente Good Morning Heartache, Gotovac se ne innamora. La sua voce suadente è l’essenza stessa del Blues, è un condensato dell’America con le sue incoerenze e le sue contraddizioni. La sua vita e la sua carriera sono state una continua lotta tra luce e ombra: con un’infanzia terribile alle spalle, violentata a dieci anni, mandata in riformatorio, costretta anche a prostituirsi, troverà solo nella musica quel parziale riscatto che la renderà, secondo la definizione di Gotovac, «la più grande artista del XX secolo». Nel 1939, con la canzone Strange Fruit, Billie Holiday è la prima artista di colore a cantare esplicitamente del razzismo ancora imperante in America negli anni Quaranta, soprattutto negli stati del sud, dove il fenomeno del linciaggio dei neri era diffuso e tollerato: gli strani frutti sono gli uomini che penzolano dagli alberi. La canzone e la Holiday diventeranno così simboli della lotta per i diritti civili degli afro americani, anticipando di sedici anni la signora Rosa Parks, che rifiutò di alzarsi dal posto sull’autobus riservato ai bianchi in Alabama, e di circa venticinque anni il discorso di Martin Luther King a Washington. Per Gotovac la connessione è fortissima. La voce della Holiday è sufficiente a trasportarlo in un altro mondo, ed è allo stesso tempo fonte di ispirazione. Artisticamente sta ancora cercando di trovare la sua strada, che deve unirsi all’impegno sociale e politico. Quando nel 1963, per la biennale della musica, arrivano a Zagabria anche il grande John Cage, il Living Theatre e La Mama, Gotovac resta quasi sconvolto, ha in mente tutte quelle informazioni che iniziano a suggestionarlo: il cinema, il teatro, la musica, la performance art, e poi l’impegno politico e il tentativo di risvegliare le coscienze. Ha finito gli studi e diretto qualche film. Inizia a pensare e ripensare a una sua modalità espressiva. Quando vede la prima scena di nudo integrale in un film danese di Arne Mattsson, She danced only one summer, comincia a radicarsi artisticamente nella sua mente l’idea che il nudo è una delle cose più importanti, capaci di scioccare quanto di imporre attenzione e attraverso la quale puoi raccontare al mondo la tua prospettiva del mondo stesso, aldilà delle convenzioni morali, sociali o religiose. Artisticamente non c’è distinzione tra nudo buono o nudo cattivo, tra nudo morale o amorale: la performance art avrebbe potuto procurargli il suo posto al sole. La prima occasione fu nel 1970, quando gli viene riconosciuto il premio per il suo film T. L’idea era di alzarsi e spogliarsi durante la premiazione, ma Gotovac esita e non ci riesce. L’anno successivo, quando il suo amico e collega Lazar Stojanovic sta girando The plastic Jesus, gli dice che ha in testa questa idea e che vorrebbe inserirla nel film. Stojanovic accetta, così la prima performance di streaking viene inserita nella pellicola (N.d.R.“Lo Streaking” consiste nel correre nudo per un luogo pubblico in segno di protesta). La scena è oggi visibile nel film in cui Gotovac corre nudo per una strada di Zagabria urlando «Sono innocente!». Il film viene censurato e per anni ne viene vietata la visione anche a causa dei riferimenti a Tito presenti in alcune scene, ma si radica in lui l’idea che questa sia la sua modalità espressiva, e il suo corpo il mezzo con cui realizzarla. La sua stessa vita diventerà una lunga performance in cui cinema, arte e realtà si fonderanno. I semplici gesti quotidiani ripetuti all’infinito, l’intrusione della spettacolarizzazione nella banalità e nell’ovvio, trasfigurati in musical di Broadway, e le sue incursioni negli spazi pubblici diventeranno lo strumento con cui indurre gli spettatori a pensare e interagire. Gotovac riuscirà a destrutturare e rendere percepibili le manipolazioni politiche e sociali del suo paese attraverso l’utilizzo dei suoi stessi simboli e del suo corpo. Il decennio più importante del suo lavoro inizia nel 1986 con Paranoia View Art (L'arte della visione paranoica del mondo). Per Gotovac «Tutto sta nel sostenere o negare la paranoia», una visione del mondo che attraverso l’utilizzo dell’iconografia cerca di ricostruire eventi politici e rapporti di causa-effetto. Ad accompagnarlo in quasi tutti i suoi lavori ci saranno gli emblemi della cultura americana e del cinema d’autore, a cui Gotovac rende omaggio utilizzando parti, costrutti  o musiche, assemblati in maniera maniacale fino a creare un linguaggio personalissimo, spesso geniale. Le sue opere sono metafore visionarie costellate di tributi a quei grandi artisti che l’hanno ispirato, tra cui Jean Luc Godard, Jacques Prévert, Glenn Miller, Duke Ellington e naturalmente “Lei”, l’artista che ha toccato il suo cuore, capace di commuoverlo: Billie Holiday. Nel 2008, due anni prima della sua scomparsa, il suo amico Sandro Dukic è riuscito ad immortalare Gotovac e il suo straordinario mezzo espressivo, catturandone l’essenza in una serie di scatti, Body Scan, diventati anche un lungometraggio e compresi nella mostra antologica Speak Quietly, in esposizione presso la Galleria Michaela Stock a Vienna nel 2013. Se ve la siete persa, nella stessa galleria nell’ambito della rassegna Postkards from Balkan, dal 28 Giugno al 28 Agosto 2014, l’arte e lo spirito di Gotovac tornano con la mostra Pure Words. Io ci sarò. E forse, in onore di Tomislav, canticchierò una canzone della Holiday.