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Quel genio di MAX HUBER
(Luca Magnanelli Weitensfelder, no.65 Purple Lilac - The Possibilities)

Max Huber (1919-1992) è stato un grande graphic designer. Si, ma… cosa fa un graphic designer? Penso di non sbagliare se dico che il suo lavoro consista nel comunicare un concetto esprimibile con parole attraverso dei simboli, nella maniera più efficace possibile. Il che è abbastanza buffo, visto che la civiltà umana ha impiegato molto tempo per passare da un linguaggio simbolico a uno concreto. Nel corso dell’evoluzione i suoni si sono trasformati in sillabe, parole, frasi, discorsi. La possibilità di comunicare e di apprendere senza esperienza diretta, ci ha fatto viaggiare su una corsia preferenziale, facendoci sopravvivere a belve feroci o impervie condizioni climatiche. Per quanto gli esseri umani potessero essere bravi nel ricordare, a un certo punto ebbero la necessità di registrare informazioni. Forse si iniziò contando i giorni, poi le mercanzie, non appena si sviluppò una società sufficientemente evoluta. Contare capi di bestiame, otri di olio o vino, sacchi di sementi. Se in principio l’uomo si affidò a un linguaggio simbolico e astratto, magari per questioni religiose, esigenze pratiche come il commercio lo portarono a elaborare un sistema di scrittura privo di significati allegorici, la cui funzione principale doveva essere la trasmissione di dati. La letteratura non seguì subito, impiegò anzi parecchi secoli. A metà del XV secolo sarà il commercio, ancora una volta, a dare nuovi impulsi, facendo nascere l’arte della grafica. I nobili commissionavano opere uniche. Ora la nuova classe borghese spingeva i mercanti a produrre in serie, adottando tecniche di lavorazione usate dagli incisori di metalli. Nasce nel 1455, per gli stessi motivi, la stampa a caratteri mobili  di Johann Gutenberg, che a onor del vero era già stata inventata in Corea nel 1234, sotto la dinastia Goryeo. Le tecniche “grafiche” entrarono a far parte dei sistemi produttivi, dai tessuti alle stampe tipografiche, ma non era ancora nata la figura del “designer”. Tra il XIX ed il XX secolo arrivò la seconda rivoluzione industriale, che portò con sé una novità: la concorrenza. Chi aveva un’attività doveva trovare un modo per emergere dalla massa. Nacque la pubblicità, così come la intendiamo oggi. Un nuovo mestiere, che necessitava di una nuova figura professionale: il graphic designer. Uno dei primi, e più influenti, fu William Morris, strenuo difensore dell’unicità del lavoro dell’artista, da mantenere anche nell’applicazione industriale. Tra i principali fondatori del movimento Arts and Crafts, paradossalmente fu proprio tra coloro che in qualche modo fecero sì che le industrie producessero arte in serie. Nacquero i manifesti pubblicitari, per catturare l’attenzione dei consumatori. A cavallo dei due secoli una nutrita schiera di artisti eccezionali realizzò opere d’arte non per Re, imperatori o nobili in genere, e nemmeno per la Chiesa. I loro clienti erano imprenditori. Jules Chéret (1836-1932), Adolf Hohenstein (1854-1928), Toulouse-Lautrec (1864-1901), Aleardo Villa (1865-1906), Leopoldo Metlicovitz (1868-1944), Giovanni Maria Mataloni (1869-1944), Leonetto Cappiello (1875-1942), Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), Marcello Dudovich (1878-1962), Federico Seneca (1891-1976), Armando Testa (1917-1992).

Sono solo alcuni, ma se andate a riguardare i loro lavori vi renderete conto di quanto fosse elevato il livello artistico, di come sia evidente la connessione tra arte e pubblicità. Naturalmente ogni cosa è destinata a evolversi, anche gli artisti. Marinetti, per esempio, iniziò a utilizzare i caratteri come elementi grafici, gettando alcune basi della grafica moderna. Tenendo presente l’enorme influenza esercitata dal Bauhaus tra il 1919 ed il 1933, che in qualche modo concettualizzò la figura del moderno designer, torniamo ad occuparci di Max Huber. Nato nel 1919 a Baar, cittadina svizzera, iniziò studiando incisione alla Kunstgewerbeschule di Zurigo. Ma la passione per la fotografia, e il fascino del futurismo russo, lo instradano verso una ricerca grafica basata su un concetto di arte visiva astratta. Eppure il lavoro di Huber è ben lungi dall’essere astratto, anzi, è quanto mai concreto e solido. Non a caso nel 1947 realizzerà a Milano, con l’architetto Lanfranco Bombelli Tiravanti, e l’aiuto di Max Bill, che tanto l’ha ispirato, la rassegna Arte astratta e concreta, che vuole appunto divulgare un nuovo atteggiamento artistico e segnare un confine tra astrattismo e concretismo. La potenza della capacità comunicativa, nonostante l’assoluta mancanza di banalità del suo lavoro, appare immediatamente evidente. Le sue sperimentazioni nella camera oscura lo portano a esplorare il linguaggio dei giochi di luce e ombra, suggerendogli probabilmente l’idea della sovrapposizione di sagome geometriche. Dopo aver lavorato presso Conzett&Huber, nel 1940 si trasferisce a Milano, per lavorare nello studio Boggeri e studiare all’Accademia di Brera. Dopo il rientro in Svizzera fino al 1945, durante il quale lavora alla rivista Due e partecipa all’Allianz (associazione svizzera degli artisti d’arte astratta e concreta), torna a Milano e viene incaricato da Giulio Einaudi di rifare la grafica della omonima casa editrice. Negli anni seguenti la sua opera segnerà indelebilmente tanti marchi Italiani famosi, come La Rinascente, Olivetti, Esselunga, Legler (nonché RAI, ENI e Montecatini in collaborazione con Achille Castiglioni e Erberto Carboni). Solo per citarne alcuni. La razionalità tipicamente svizzera di Huber si sposò magnificamente con la vitalità dell’ambiente milanese, specialmente nel secondo dopoguerra, manifestandosi in una esplosione di colori. La capacità di fondere pittura e grafica, fotografia, architetture geometriche minimalistiche e sapiente uso del colore, il saper creare composizioni scomponendo e sovrapponendo gli elementi, il tutto per comunicare con forza e in maniera non scontata, fanno di Max Huber un campione del graphic design. Il suo giocare con gli elementi grafici in una caleidoscopica danza visiva lo fanno assomigliare a un musicista, perché riesce a infondere ritmo alle sue composizioni. In qualche modo ha chiuso il cerchio aperto con i primi disegni tracciati sulle pareti delle caverne dai primi ominidi. Ha ricreato un linguaggio fatto di simboli, capaci di risvegliare gli archetipi celati nella nostra mente, sopiti. Un buon modo per viaggiare tra i lavori del grafico elvetico è andare a visitare il m.a.x.museo di Chiasso (Svizzera), inaugurato il 12 novembre 2005. La moderna struttura, progettata dagli architetti Durisch e Nolli, ben si presta ad accogliere non solo la mostra permanente sul lavoro di Max Huber, ma anche le diverse esposizioni che vengono presentate ai visitatori.