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Nicola Samorì
(Luca Maruffa, no.66 Green Apple - between the lines)

In Nicola Samorì e nelle sue opere c’é qualcosa che sfugge. Non sfugge per mancanza o per errore. Ciò che sfugge non può che sfuggire: lo fa per necessità, per produrre nella sua inafferrabilità l’essenza dell’opera. Arte misteriosa, quella dell’artista nato nel ‘77 a Forlì: nel momento in cui devo scriverne non so far ordine, fatico a trovare i concetti. 
Le opere di Samorì si guardano (l’artista dipinge su diverse superfici e supporti), ma è come se potessimo toccarle. Vi si affondano le mani, si cerca e si trova materia in abbondanza. Eppure, in tutta quest’evidente, debordante e spessa materialità qualcosa sfugge. Qualcosa è lontano, altrove.
La Pittura è cosa Mortale: così si intitola la mostra che segna la riapertura degli interrati Palladiani di Palazzo Chiericati a Vicenza. La nuova location è perfetta per l’opera di Samorì e il lavoro fatto per riportarla a nuova vita, pregevolissimo.
Cammino nella penombra delle sale e Samorì è lontano: le opere sembrano entità che hanno vita propria. Queste opere sono una vera assenza: un’assenza affermata, creata e deliberata. A dimostrarcelo c’è una mole di materia pesante dentro la cornice. Spesso, questa materia, tolta dal volto e dalla figura con un gesto violento e netto, arriva a trasbordare dalla cornice stessa, ne fuoriesce, oppure dà vita a increspature e ferite che ci ricordano qual è la realtà tattile e “reale” di un quadro, contrapposta all’immaginario che ne scaturisce. 
Il protagonista è (quasi) sempre il volto: il volto che, per mezzo della materia, si smaterializza. La vitale contraddizione è questa, in effetti. Il volto si sparge ovunque nello spazio fisico dell’opera: che venga squarciato (Interno, Jonah, 2013), asportato (Il Pasto, 2012)


o che si dissolva (Buen Retiro, 2010) esso non fa che rendere fissa, costante, inequivocabile la sua presenza.
L’identità non scontata, non data come nucleo definitivo o entità cristallizzata, rafforza il mistero dell’identità stessa, rafforza l’enigma del volto. 
La contraddizione e l’inafferrabilità sono esse stesse l’opera dell’artista: lui, che proprio squarciando a mani nude la figura perfetta e oscura con gesto violento e netto, ci rivela in un linguaggio unico di cosa la figura sia portatrice … E squarciando, dissolvendo e asportando non fa che dare vita al mistero di una fisionomia che c’è e non c’è, che non c’è mai stata e che per questo vive da sempre. L’illusione che rende possibile l’arte figurativa, mi pare, riguarda il fatto di accettare che la figura che contempliamo ci sia sempre stata. La pittura è eterna, lo diviene nel momento stesso in cui viene prodotta. In Samorì viene violentata e asportata come davanti ai nostri occhi. Parrebbe un banale dissacrare, ma è tutto fuorché questo. Nell’immagine squarciata, nella sua nuda materialità si intravede l’altrove, il vago, forse ciò che è giusto non conoscere. L’artista costruisce, distrugge e ci abbandona in uno smarrimento che è la cifra di ogni opera d’arte: la grandezza di Samorì sta in una rivelazione, in una nudità che è immediatamente mistero a sua volta. 
Ci coglie uno sgomento, questo sì. Non sperate di vedere Samorì e di incontrare qualcosa di decorativo o di consolatorio. Bisogna essere pronti ad accettare che la realtà è inconoscibile e, nonostante lo squarcio, inscalfibile nel suo enigma.
A ben vedere, dopo lo sgomento, ci solleva il fatto che non tutto può essere comunicato. O meglio che non tutto può essere reso comunicabile.