Frieze Zona Maco

>digital access
>printed version
>abbonamenti


>italian
>english

Andrea Morucchio. Pensieri integri
(Laura Cornejo Brugués, no.68 Rex Gold - without boundaries)

Andrea Morucchio (Venezia, 1967) si definisce, senza esitare, come un fotografo. Sentenza irriverente all’occhio di chi percorra la sua traiettoria artistica, che lo vede protagonista, in Italia ed all’estero, di una densa ed eclettica carriera come artista contemporaneo, costruitasi a base di sperimentazioni e sovrapposizioni con diverse discipline, tra cui la scultura, l’installazione multimediale e la performance. Dopo 15 anni di interazione tra vari mezzi espressivi, Morucchio decide di riappropriarsi del supporto fotografico; il suo è un corpus di immagini che transita nel binario tra quella lettura analitica della realtà, come metodo di ricerca, e l’uso procedimentale, concettuale della fotografia, rivelandone le distorsioni inevitabili che accompagnano il processo di vedere ed interpretare l’immagine. L’opera fotografica di Andrea Morucchio è sintesi organica e riscrittura di un linguaggio artistico preesistente, che in modo dialogico, da voce all’integrità dell’artista, se per questa intendiamo quell’essere uniti al proprio pensiero, e da cui ne risultano pensieri integri resi immagine.

Laura Cornejo Brugués: «Nella tua fotografia sperimenti i processi percettivi della forma nell’immagine. Attraverso un parametro dialettico, apri lo spettacolo oggettivabile ad una trascendenza discontinua del reale, e ne attivi quella “tensione” mentale ed inconscia che ci fa “vedere il mondo”. Quanto differisce, secondo te, questa metodologia, da quella prassi del “momento decisivo” che, negli anni Novanta, coltivavi come fotogiornalista?»
Andrea Morucchio: «Henri Cartier-Bresson, ispirandosi alla filosofia zen del tiro con l’arco, teorizzava la metodologia del “momento decisivo” e del “fotografo-arciere” come essenziale ad ottenere un’immagine reportagistica unica e irripetibile che sintetizzi in un racconto visivo di una singola immagine un fatto anche di quotidiana normalità. La mia fotografia reportagistica ha avuto in modo istintuale questa impostazione metodologica che sarebbe meglio definire impostazione mentale/spirituale nel cercare di cogliere il “momento decisivo” grazie ad un’attitudine immedesimativa con il soggetto fotografato, con il bersaglio trafitto dalla freccia dall’arciere-fotografo. Negli ultimi anni ho cambiato linguaggio fotografico, dal reportagistico/dinamico al paesaggistico/statico attraverso una forma comunicativa più complessa che in alcuni casi trascende la realtà e si cimenta con i codici dell’arte contemporanea. Eppure ritengo che la prassi o la poetica del “momento decisivo” rimanga essenziale anche in questa forma espressiva in cui il momento finale dello scatto è il climax di un rapporto empatico con il soggetto fotografato che si realizza in un “momento decisivo”, un momento di sospensione in cui una concordanza di elementi ordinati al millimetro nell’inquadratura determina l’immagine inconsciamente cercata. Cambiano i tempi di reazione/esecuzione ma il “momento decisivo” ovvero il momento in cui si attiva l’otturatore ottenendo la migliore combinazione di elementi in gioco rimane lo stesso.»

«Nella serie Porto Marghera (2010-2014) indaghi sulla dispersione metafisica del territorio urbano ed il paesaggio industriale. Isolamento, spettralità e straniamento, diventano formanti figurativi ed intervento critico sulla fenomenologia del “non luogo”. Dalla sua estetica ed enigma trai inspirazione per riprogettarne una identità visiva, antropologica, come corpo stesso dell’ immagine.»
«Una qualsiasi zona industriale in declino come Porto Marghera (VE) ti trasmette sensazioni di isolamento, spettralità e straniamento.

Un’atmosfera irreale e metafisica in cui ti trovi immerso e che per me diventa stimolo e chiave di lettura per interpretare fotograficamente il territorio al fine come dici di “riprogettarne un’identità visiva” facendo emergere una nuova visione del reale che elevi il “non luogo” di una zona industriale a luogo con un’identità piena e intellegibile. Operazione non semplice, solo alcuni scatti caratterizzati da una particolare forza espressiva legata alla sinergia degli elementi inquadrati – volumi, forme, stratificazioni architettoniche e tracce immateriali di una presenza umana – oltre a svelare l’identità antropologica dell’immagine possono ambire a riprogettarne un’identità visiva».

«Il colore, elemento compositivo con funzionalità costruttive, è in grado di determinare un coinvolgimento emotivo dell’osservatore. Campagna Veneta (in progress) è un archivio di “campi di colore” o un’esperienza psichica che diventa paesaggio della memoria, e che come i microcosmi naturali della Land Art, ha delle valenze universali e sacre.»
«L’attitudine all’empatia con il soggetto fotografato si manifesta particolarmente in un paesaggio naturale come quello della campagna nelle zone di bonifica attorno a Torre di Mosto (VE) che sto fotografando nell’arco di un anno per un progetto espositivo che chiameremmo Campagna Veneta. Un corpo di immagini che cerca di esprimere il genius loci di questi luoghi rifuggendo da facili cliché di maniera da bel paesaggio bucolico in cui il disporsi delle campiture cromatiche costituiscono la struttura portante della foto. Ma, se il colore come effettivamente è provato scientificamente determina un’influenza sulla nostra psiche allora possiamo dire che queste composizioni cromatiche ci permettono di vedere oltre a ciò che è rappresentato nell’immagine facendo emergere un “paesaggio della memoria” e svelandone attraverso un approccio spirituale una sorta di Signatura rerum.»

«Presso il Museo del Paesaggio di Torre di Mosto è stata collocata l’installazione Terre in Vista, un assemblaggio fotografico in cui l’astrazione a cui sottoponi l’immagine ne risalta la qualità di artificio e ne esalta l’artisticità. Dove stanno, secondo te, i limiti della natura fotografica di una opera? Risulta ormai impossibile parlare di fotografia, come mezzo di produzione di immagini e linguaggio artistico autonomi?»
«L’opera installativa Terre in Vista, composta da otto pannelli stampati la cui misura complessiva è di 16x1,2 metri, si inserisce nel ciclo Dialoghi celesti, un’iniziativa promossa dal Museo del Paesaggio che affida ad un artista la composizione di un dialogo tra terra e cielo esposto, per una durata di almeno due anni all’esterno del Museo, in uno spazio sospeso tra i due edifici che lo compongono. La valenza particolarmente rappresentativa che la comittenza richiede ad un’opera di questo genere rispetto al contesto in cui è collocata mi ha suggerito che la fotografia come linguaggio artistico autonomo non fosse sufficiente ad ottenere un risultato soddisfacente per cui ho elaborato un progetto in cui il ruolo della fotografia diventa solo l’elemento iniziale di un processo creativo più complesso. Alcuni scatti paesaggistici della campagna che circonda il Museo attraverso la loro moltiplicazione e ridisposizione speculare si sono trasformati in una serie di visioni astratte. Giorgio Baldo, curatore del progetto, coglie così il senso dell’opera: “Morucchio ha riconosciuto, nella follia analitica dell’occhio fotografico che vorrebbe conoscere-classificare tutti i particolari del corpo della terra (e che nei particolari si perde) i contorni di poche figure. A questi grandi confini che delimitano, si è riferito come certezze del “vero” vedere; tentando di dare sostanza al genio geometrico che all’interno di essi fluttuava, governando segni, spazio, colori e movimento.»