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Il Tempo non si ferma mai
(Andrea Tinterri, no.69 Red Coral - the breaking time)

Milano, Tokyo, Parma, Brescia. Città notturne in cui l’uomo si smaterializza: centri urbani deserti; le automobili si trasformano in esoscheletri, armature lasciate fuori dalle proprie porte: nuclei abitativi a confronto con l’altezza dei palazzi, delle chiese, dei battisteri, dei grattacieli. Città sospese nel tempo, in attesa di qualcosa che potrebbe accadere, di un evento, di un avvento (forse).
Pezzani si aggrappa a questo tempo, che è intervallo cerebrale, inesistente, immaginario. Si aggrappa, si rifugia, si nasconde: fugge. Ma per fuggire non basta allontanarsi (nel tempo o nello spazio), è necessario costruire un nuovo luogo, qualcosa che prima non c’era: forma inedita.

Andrea Tinterri: «Le città di Pezzani sono spazi e tempi sintetizzati, ripuliti: il suo è un labor limae, un lavoro di sottrazione per raggiungere l’essenziale in cui cercare domicilio anche solo momentaneamente, in cui riposarsi dall’uomo.»
Gianni Pezzani: «La città è una sovrapposizione temporale pensata dai nostri padri: camminiamo in set costruiti sui secoli, nei secoli. Amo i centri storici delle città europee, amo il buon design delle automobili. Spesso le carrozzerie mi servono per nascondere quello che non voglio vedere dei centri urbani, gli oggetti inutili, le scritte inutili, i vasi inutili, l’inutilità che si trasforma in forma. Sogno e voglio una città che mi accolga, che non mi respinga, che non mi sia ostile. Di giorno vedo solo competizione, come fossimo in un bosco in cui lo spazio vitale viene conteso da radici battagliere. La notte nasconde tutto questo. Voglio una forma tranquillizzante, per riposarmi, per riposare la mente.»
«Il tempo delle città notturne è eterno, è bloccato, non è decifrabile meccanicamente.»
«Il tempo non si ferma mai, gli orologi sono stati inventati per visualizzare graficamente il suo scorrere, il passato è ciò che ricordiamo. Io vorrei tanto scriverne, avere una lente temporale per poter guardare e misurare la più piccola unità di tempo possibile, come si fa con la materia, fatta di atomi, e questi di particelle sempre più piccole e misteriose. Ci sarà pure la frazione di tempo oltre alla quale non sarà possibile misurare. I premi nelle competizioni sportive vengono assegnati con i millesimi di secondo, misurazioni impensabili nel nostro recente passato, oggi assimilate e ritenute normali dal pubblico di ogni età. Forse, con un occhio di mosca già potrei misurare i miei movimenti in milionesimi di secondo, se poi ci fosse il temposcopio a scansione atomica potremmo avvicinarci al tempo fermo che secondo il mio pensiero è quello che mi permetterebbe di vedere il fiume di elettroni scorrere e grattare il filo di tungsteno della mia lampadina fino a renderla incandescente.»

«Non è un caso che Pezzani fotografa le città senza definire un percorso preliminare: cammina per cercare l’immagine, un flâneur in cerca di un’epifania. Rifiuta una traiettoria precisa, rifiuta di tenere una cartina in mano per capire il punto esatto in cui si trova. Non c’è studio, ma spaesamento labirintico, perdita dell’orientamento e quindi evasione, sogno, fuga. Ma qual è il mezzo della fuga? Qual è la velocità? Si scappa da una realtà oppressiva, si scappa per cercare un orgasmo di benessere e si scappa costruendo un’astronave di luce, con cui viaggiare: attraverso cui viaggiare. Gianni Pezzani abbandona la strada, la piazza, la città, per rifugiarsi in una piccola stanza in una casa di campagna, a fotografare sfere, prismi, oggetti dalle forme geometriche che ruotano in un moto perpetuo, in sospensione sopra magneti che si respingono e creano un vuoto, uno spazio d’allontanamento. La macchina appoggiata sul cavalletto ed impostata su un tempo lungo a creare dischi volanti, piccoli dischi volanti bidimensionali.»
«Magnetica salta fuori dal passato. Fa parte del mistero del nostro universo. La nostra costellazione si sta espandendo ad una velocità altissima, ma tutto ci sembra fermo.»

 

«Pezzani inganna l’osservatore; che cosa sono quelle sfere, quelle forme geometriche, quelle forme ovali che sembrano roteare? Che sembrano star ferma? Nulla, solo un mezzo con cui spostarsi, con cui ingannarsi, un mezzo di trasporto per la propria mente (il corpo è apparato). Il progetto Magnetica sembra quasi precedere la ricerca sulle città notturne, sulla costruzione dei centri urbani a propria immagine e somiglianza. Perché in Magnetica Pezzani definisce una forma evanescente, che sembra quasi calata dall’alto, qualcosa che arriva per salvarci, che viene a rapirci, ma è un rapimento condiviso, cercato, voluto. Ed è l’abbandono a queste forme evanescenti e ruffiane che permette la fuga e quindi l’approdo alla notte, alle città deserte, alla cancellazione dell’uomo, ad uno spazio dal quale ripartire: finalmente inoffensivo.
È un avvicinamento all’astrazione, che non ha niente da spartire con l’informale, non è figlio della sperimentazione di Nino Migliori in cui la casualità era parte integrante della poetica. Guarda piuttosto alla ricerca fotografica di Luigi Veronesi, e alla cultura dell’astrazione italiana, da Mario Radice ad Atanasio Soldati, dallo stesso Veronesi a Rho.»
«Io vengo da studi scientifici, mi sono laureato in scienze agrarie all’Università di Firenze, ho studiato chimica, mi sono letto libri d’astronomia; tu sai cos’è la forza di gravità? I pianeti sono sospesi in una sorta di vuoto ed è lo stesso vuoto che voglio ritrovare nelle mie immagini. La prima volta che ho visto Saturno al telescopio mi sembrava più piccolo di una nocciolina americana. Tutto è relativo, tutto dipende da dove lo guardi: l’atomo è gigantesco, lo spazio fra un elettrone e il centro del nucleo lo puoi capire solo se ti astrai dalla comune interpretazione dello spazio. Che cos’è per te lo spazio? E il tempo?»

«Il mezzo di trasporto (d’evasione), automobile o astronave che sia, è sempre stato per Gianni Pezzani un modo per raccontare, una sorta di tema di riflessione. Nel 1978 inizia un progetto dal titolo Viaggio senza ritorno: immagini scattate dall’interno dell’automobile verso il paesaggio esterno, in modo che la carrozzeria fosse evidente, facesse da cornice al rettangolo fotografico. Oppure ancora immagini in cui l’auto era inquadrata sul ciglio della strada con la portiera aperta, un tempo lento, anzi un sentimento atemporale. Scatti che si inseriscono in un momento della storia della fotografia italiana (ma non solo) ben preciso. Dopo pochi anni sarebbe uscito Viaggio In Italia, una riflessione su un nuovo modo di restituire il paesaggio contemporaneo, un modo che doveva necessariamente distanziarsi dalla retorica neorealista per evidenziare un paese che cambiava la propria fisionomia (estetica/politica). E quindi Luigi Ghirri, Mario Cresci, Mimmo Jodice, Roberto Salbitani, Chiaramonte, Gabriele Basilico: una ricerca diversa, non omogenea, una nebulosa che andava a contaminare la Storia.»
«Andavo in giro da solo nella provincia dove sono nato, in una terra bassa, di silos per il grano, di case con fienile, di abbazie bellissime in mezzo a campi arati, di ponti in ferro, di piccole casette isolate nell’erba alta. Fotografavo dall’interno della macchina, come se fossi un tutt’uno con il mezzo, come se fosse un mio guscio, come se io fossi un insetto capace di raccogliere immagini e restituirle.»

«Un filo rosso che parte dalla fine degli anni Settanta fino ad arrivare al 2015. Cambia la forma del viaggio, se prima era fisico, una sorta di spostamento on the road, oggi è cerebrale, immaginario, è la forma stessa dell’involucro con cui scappare, andarsene via per almeno qualche istante. È un oggetto che sembra trasformarsi in fascio di luce colorato, perdendo la sua fisicità, la sua pienezza, la sua materia.»
«Il mio è sempre un viaggio verso una perfezione, un allontanamento dal mondo che mi tocca vivere. Nelle mie foto voglio creare un mondo soffice in cui abitare: amo il riposo perché posso indirizzare i miei sogni, mi posso illudere.»

«Una perfezione? Quante perfezioni ci sono? Una per ogni foto? Una per ogni viaggio? Una per ogni città?»
«La perfezione per me è un concetto spaziale che ho intuito studiando la chimica. Quando gli atomi si uniscono fra di loro formano dei cristalli, creano forme perfette in quanto tali. Anche la nostra intelligenza da uomini pensanti si dovrebbe avvicinare alla perfezione, dovrebbe essere allenata. Ma quando parlo di perfezione non mi riferisco ad un’idea di bellezza, è una cosa diversa. Una molecola di zucchero, un atomo di benzene, sono perfetti: la perfezione è la ricerca di un baricentro.»

Lo studio della chimica è un modo per entrare nella materia, negli oggetti, nel vetro, nel metallo, per scoprire uno spazio invisibile. Lo studio della chimica per Pezzani è un modo per nascondersi in un luogo inaccessibile all’occhio umano non dotato di microscopio: il suo è un viaggio chimico, onirico, reale come lo sono le cose pensate.