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Fotografia contemplativa
(Federica Facchini, no.70 Reflex white - above and beyond)

Ama la fotografia contemplativa, Filippo Maria Zonta, fatta non solo di attenti studi della luce e dei dettagli ma anche di un approccio impegnativo, derivato da lunghe attese e da condizioni ambientali difficili. Una fotografia che unisce uno studio scientifico del paesaggio ad una lettura poetica dell’ambiente. La sua passione per la natura lo ha portato ad intraprendere viaggi e spedizioni in aree remote, prediligendo le regioni polari e desertiche, grandiose e affascinanti, dalla Patagonia all’Himalaya, dai ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartide al Sahara, al Gobi fino ai deserti d’alta quota nelle Ande. Sue fonti di ispirazione sono la bellezza, la purezza, la luminosità, la geometria, le linee e le forme. L’occhio contemplativo di Zonta non si lascia sfuggire i dettagli, che diventano universi da svelare. Come un esploratore capace delle alchimie più delicate, concentra l’attenzione sia sulle caratteristiche fisiche, sia su quelle emotive e sulle relazioni tra linee, angoli, superfici, solidi, liquidi, luci e ombre. Utilizza fotocamere di grande formato (4x5, 8x10), nonostante la difficoltà del loro utilizzo e trasporto, dal momento che offrono un’unicità fine-art dei risultati e un controllo senza eguali di prospettiva, composizione e nitidezza. Utilizza anche i dorsi digitali – l’essenza e lo stato dell’arte in termini di qualità dell’immagine.

Federica Facchini: «Il suo lavoro vive di un approccio che predilige la solitudine, una dimensione contemplativa che la conduce ad una personale indagine sulle forze della natura. Che cos’è per lei la bellezza?»
Filippo Maria Zonta: «Il filo conduttore dei miei lavori fotografici è la ricerca della bellezza. In questo senso la fotografia diventa un mezzo chiave di introspezione e auto-analisi. Mi sono interrogato per lungo tempo su quali siano gli elementi che stanno alla base della Vera Bellezza. Verità e Bellezza rappresentano concetti chiave spirituali e filosofici della mia personale indagine sulle manifestazioni della natura. Ho inseguito da sempre la bellezza, ma questa molte volte si è rivelata sfuggente nella sua magica alchimia e difficile da fissare in un’immagine. Spontaneamente percepita, la bellezza genera un crescendo di emozione e di ispirazione. Una sintesi per me illuminante sugli elementi costituivi della bellezza l’ho ritrovata nel pensiero medioevale dell’estetica di San Tommaso d’Aquino: la bellezza che salva è data dalla completezza, dalla proporzione delle parti e dallo splendore di luce. Così come il fuoco si sprigiona in presenza di tre elementi fisici (combustibile, comburente e calore), così anche la bellezza poetica sembra “accendersi“ solo in presenza delle tre sopracitate condizioni meta-fisiche. La ricerca della bellezza, spesso condotta attraverso una full immersion fisica ed emotiva in luoghi incontaminati, distilla ogni volta una profonda adorazione per le visioni uniche della natura. Tutto questo alimenta valori positivi sul senso della vita, come la spiritualità, intesa non come trasporto emotivo e animistico, ma come riconoscimento umano del senso e del potere della Creazione, vista con lo stupore di un bambino. Applicando il principio di causalità, secondo cui ogni artista realizza qualcosa di simile a sé, si può arrivare ad intravedere la mano di Dio attraverso la sua opera. Scoprire il mondo come riflesso divino significa compiere un percorso trascendente, trovando la via da lui tracciata per farsi riconoscere, via che invita ad addentrarsi nel suo mistero. Questa tensione ascendente è comunque limitata ed imperfetta. Dio nella sua essenza rimane inaccessibile, se non fosse che lui stesso si è rivelato. In sintesi, la bellezza è verità e la verità è Rivelazione.»

«Nella sua vita quotidiana, e non nelle condizioni estreme dei suoi viaggi fotografici, le è possibile trovare la bellezza?»
«Il viaggio-spedizione in luoghi remoti è uno dei filoni che ho seguito. Lo definisco come l’approccio del punto di non ritorno, per la difficoltà di effettuare delle ripetizioni. Al grande potenziale scenografico, si contrappone la limitatezza del tempo e delle opportunità disponibili. La bellezza nel quotidiano è un altro filone a me molto caro. È quello che definisco come il “punto di ritorno”: si tratta di tornare molte volte in uno stesso luogo particolarmente evocativo e accessibile. La ricerca estetica diviene molto approfondita, grazie alla possibilità di scegliere i momenti e le condizioni ambientali più interessanti. È così che sono nate le serie delle immagini sulle Alpi e sul Torrente di luce, quest’ultima realizzata in uno specifico torrente delle Dolomiti, a cui mi sono molto legato e a cui devo la mia identità artistica. Finora ho fatto riferimento alla bellezza esteriore delle cose visibili. Vi è però anche la bellezza interiore dell’anima, spirituale, che si può sperimentare nella vita quotidiana senza andare in capo al mondo e che può anche riflettersi esteriormente come bellezza del corpo e luce degli occhi.»

«Lei è un viaggiatore, un esploratore ed attento osservatore. In luoghi estremi e quasi privi della presenza umana, cosa le è capitato di osservare di particolarmente bello o angosciante, rispetto ai cambiamenti climatici e alla trasformazione del nostro pianeta?»
«Tra le cose particolarmente belle, vorrei citare le visioni della Patagonia, con le sue cime spazzate dal vento e i suoi cieli immaginifici, le orchidee sub-antartiche e i grandi spazi incontaminati. La cosa che più in assoluto mi turba è l’esplosione dell’urbanizzazione contemporanea, con i suoi estesi deserti di cemento e asfalto, i materiali artificiali e le infrastrutture stradali sempre più congestionate, la scomparsa dell’orizzonte visibile e degli spazi verdi. Il suolo viene inghiottito per sempre da una distesa ininterrotta di costruzioni innaturali dall’impatto visivo spesso alienante. Tutto ciò è considerato normale nella vita contemporanea, ma l’impatto paesaggistico e naturalistico è drammatico. Purtroppo questa inquietudine non è in genere condivisa nel senso comune, ma è vista come un giudizio contro il giusto progresso e contro la modernità.»

«Ha una formazione scientifica – è laureato in Ingegneria presso l’Università di Padova – che si evince nella rivelazione della geometria nel paesaggio – sfere, cubi, cilindri, coni, piramidi, esagoni – così come nella tecnica. Ci spiegherebbe questa attitudine?»
«Il pensiero sistemico, l’attitudine a modellizzare sistemi complessi, a rappresentarli in modo ordinato e conciso con un linguaggio visuale schematico, mi ha fornito una buona base per distillare l’ordine dal caos (identificazione del soggetto), per riconoscere le relazioni tra le parti in un sistema complesso (proporzioni), per definire i limiti stessi di estensione di un sistema (completezza). In altre parole, la formazione tecnica mi ha aiutato a riconoscere alcuni degli elementi costitutivi della bellezza e della poesia visiva. La geometria Euclidea (linee rette, cerchi, ecc.) in natura è raramente presente, è un caso “patologico”, non esiste in senso stretto, ma compare solo come approssimazione di elementi regolari e lisci. La natura è ricca di geometrie intrattabili sul piano euclideo, perché irregolari, come le complesse ramificazioni e le forme simili ripetute a scale diverse. Riconoscere questa complessità e questo ordine nel caos, osservando una foglia, un albero, un fiore o il letto di un fiume, è un processo analitico interessante sia sul piano scientifico, sia su quello emotivo ed artistico. È commovente quando si scorgono geometrie che rimandano con poesia a forme e simboli della figura umana. È come fare luce sul mistero positivo che sta dietro alle cose. Una geometria estremamente affascinante ed intrigante è quella legata ai fluidi: dai flutti turbolenti delle correnti d’acqua, ai vapori eterei delle nubi, fino alle forme poliedriche e translucide del ghiaccio, che pur non essendo un fluido, deriva il suo aspetto dal contatto con esso, svelandone indirettamente le traiettorie. Ciò che rende fortemente evocativi i flussi d’acqua, le nubi ed i ghiacci non sono tanto il movimento e l’energia che sprigionano, ma soprattutto il fatto che possono essere personificati, scorgendo in essi degli elementi poetici come, ad esempio, cuori, simboli, lettere e anche volti astratti e stilizzati.»

«Quali sono, se ci sono, i Maestri della fotografia a cui si è ispirato nella sua ricerca e perché?»
«Alcuni autori nord-europei, come Joe Cornish e Hans Strand, hanno ispirato la mia ricerca verso i micro paesaggi ravvicinati (intimate): dalla cura per la composizione dell’immagine, agli aspetti più operativi e realizzativi delle opere. In merito alla composizione dell’immagine, ho adottato spesso l’inquadratura verticale, perché enfatizza i giochi di linee, con percorsi visivi che collegano il primo piano allo sfondo, guidando lo sguardo dell’osservatore. Ho sviluppato all’estremo questo approccio, arrivando ad una visione “micro-mega” del paesaggio: il primo piano viene ingigantito, mentre lo sfondo viene rimpicciolito, con un piano di fuoco tenuto quasi orizzontale. Tutto questo non con delle riprese aeree prospetticamente regolari, ma, al contrario, con riprese grandangolari “raso terra”. C’è un contatto fisico diretto, pancia a pancia, gomito a gomito, tra artista e soggetto, con immersione spesso travolgente nei suoi elementi dinamici: acqua, ghiaccio, vento, sale, sabbia. Il risultato è solo apparentemente realistico, tuttavia si tratta di proiezioni surreali e iper-geometriche, dalla prospettiva fortemente dilatata. Anche autori giapponesi come Shiro Shirahata e Yoshikazu Shirakawa, con le loro pubblicazioni sul Karakoram e l’Antartide, hanno avuto un ruolo importante per ispirare i miei lavori sui grandi paesaggi maestosi, come le montagne, i ghiacciai e i deserti. Mi ha colpito la loro eccezionale caparbietà nel perseguire progetti difficili e la loro sensibilità e maestria nel cogliere speciali eventi nel cielo come i solstizi polari e i transiti della luna piena nel contesto di un paesaggio antartico o himalayano.»

«In futuro pensa di continuare su questa esplorazione legata al tema del paesaggio – dal macro al micro – o potrebbero interessarle altri territori di indagine, altri generi fotografici? Ha nuovi progetti?»
«La continuità con il mio passato è un processo naturale e spontaneo, tuttavia sono consapevole che l’evoluzione fa parte di qualsiasi percorso umano ed artistico. Da parte mia i cambiamenti spontanei sono piuttosto lenti, quasi impercettibili, ma sono sempre in atto. A livello artistico, mi interessa anche la fotografia di ritratto, specialmente dei bambini dei villaggi remoti d’alta quota. L’Uomo non lo considero un elemento di disturbo da evitare o una minaccia per l’ideale della natura incontaminata, ma al contrario, è l’apice della creazione e della bellezza. Questo è un potenziale filone da seguire, ma richiede una trasformazione dell’attuale approccio contemplativo. Non per snaturarmi, ma per estendere e aggiungere nuovi aspetti alla mia sensibilità.»