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Balla, l’astrattista futurista
(Andrea Tinterri, no.71 Velvet Blue - the resulting state)

“Noi futuristi, Balla e Depero, vogliano realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile,  all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto.”

Manifesto: Ricostruzione Futurista dell’Universo, Giacomo Balla e Fortunato Depero, 1915.

Dopo sei anni dalla pubblicazione su Le Figaro del manifesto fondativo del futurismo a firma Marinetti, nel 1915 Giacomo Balla e Fortunato Depero siglano, forse, l’atto più totalizzante dell’avanguardia italiana: il manifesto Ricostruzione futurista dell’Universo.
Ed è proprio l’anniversario della pubblicazione a fornire il pretesto per la mostra Giacomo Balla astrattista futurista, allestita presso la Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma), visibile fino all’8 dicembre 2015 e curata da Elena Gigli e Stefano Roffi.
Un percorso che riflette sui diversi momenti dell’opera di Balla, dalla luminosità incondizionata del paesaggio romano con in lontananza Villa Borghese (1907), vista dal balcone di casa, o ancora il trittico Maggio (1906) con al centro la moglie Elisa, in cui viene ribadito quel sentimento divisionista che caratterizzerà alcuni anni della sua produzione, per passare alla permanenza a Düsseldorf e lo studio sulla luce e sul colore, e ancora la ricerca sulla dinamicità del volo delle rondini (tra il 1912 e il 1913), le dimostrazioni interventiste tradotte in pittura in occasione della prima guerra mondiale, l’interesse strettamente futurista e il rapporto con le teorie teosofiche, per ritornare, durante gli anni Trenta, ad un realismo apparentemente più conservatore testimoniato dalla tela che chiude il percorso: La famiglia del pittore (Noi quattro allo specchio; Auto balmoglie figlie), ottobre 1945.
Ma,  sarebbe limitante proporre una mostra di Giacomo Balla esponendo un estratto di sole tele o soli disegni, perché l’esperienza bidimensionale è solo una fetta della vita esperienziale dell’artista torinese (anche se sarebbe più corretto dire romano). Balla, in linea con l’ideologia futurista, pensa ad un lavoro totalizzante, in cui la creazione va a condizionare e ricodificare il reale, inteso come tutto ciò con cui entriamo in contatto quotidianamente. Quindi la moda, il design, l’architettura, anche le cornici dei quadri non possono essere escluse dalla tela stessa: il colore esce e occupa spazio, l’idea esce e trasforma la stanza, la casa, la città. Nel 1929 Giacomo Balla, con la sua famiglia, si trasferirà in via Oslavia trasformando la sua abitazione in un’opera totale, in un’opera futurista dove la separazione tra arte e esperienza quotidiana si annulla. Mobili, quadri, oggetti, fiori futuristi, ecc.

Tutto viene investito e rivestito, come fosse un luogo sacro in cui rispettare regole e speranze.
A testimoniare questa esperienza globale sono alcuni mobili costruiti e dipinti dallo stesso Balla, alcuni progetti per allestimenti interni e una serie di vestiti e accessori futuristi (non dimentichiamoci che Giacomo Balla firmò anche il manifesto del Vestito antineutrale).
“L’idea da cui siamo partiti era quella di proporre un parallelismo tra la casa di Luigi Magnani, che ospita la mostra, e la casa di Balla. Due luoghi che possiamo considerare autoritratti; la villa di Magnani rispecchia la sua identità, la sua cultura, come la caleidoscopica abitazione di Balla esprime l’energia, la vitalità e il colore del futurismo. Una casa, quella di via Oslavia di Roma che esprime quel vitalismo che si voleva contrapporre al passatismo che aveva preceduto l’avanguardia. Ed è proprio il manifesto del 1915 a definire l’invasione dell’arte nell’universo inteso come esperienza quotidiana.” (Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, Parma).
È dalla propria abitazione, dalla disposizione sua interna, dal modo in cui la si abita, la si partecipa, la si trasforma nel tempo, rendendola contradditoria che ha inizio una trasformazione che si dilata come fosse una nebulosa acida e tossica ma forse vitale come lo sono gli antidoti alla noia e al torpore intellettuale. L’assenza di un confine tra pensiero e azione definisce quella che possiamo considerare un’avanguardia attiva, armata e combattente tesa ad occupare spazio vitale, cerebrale.
Il futurismo è stato questo, qualcosa che va volontariamente a sbattere contro un muro, una macchina lanciata a bomba che va a cambiare il paesaggio in cui esplode: pezzi di lamiera colorati che ancora si muovono sulla strada, un’avanguardia che spara le sue cartucce nella convinzione  che sia giusto trasformare il Mondo a propria immagine e somiglianza.