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Dark Cities
(Sergio Signorini, no.72 Black - the attraction of law)

Vicoli, strade, palazzi, stazioni, parchi, chiese avvolti da cupa aurea notturna; un viaggio onirico, come fosse un lungo sogno urbano.

Sergio Signorini: «Le tue immagini esplorano preferibilmente l’intorno degli estremi fotografici e ambientali: luce (al limite del sovraesposto: Evanescenza) / buio (al limite del nero: Dark Cites); animato (Gente di Capocotta) / disanimato (American dream); giorno (Uncommon Ostia) / notte (500 volte Roma); cementificazione (Lungo il mare) / verde (Verde contemporaneo). L’ultima, però, è solo apparentemente una contrapposizione, perché, in questo caso, gli estremi si toccano, coincidono: il ‘Verde contemporaneo’ finge soltanto, di mitigare la cementificazione selvaggia. Fra gli estremi: il nulla per te?»
Daniele Cametti Aspri: «Tra gli estremi la noia; negli estremi la vita. Amo cogliere il lato estremo, non ordinario di quanto mi circonda. L’ultima mostra – allo Spazio Tadini di Milano, Ottobre-Novembre scorsi – era intitolata EXTRA-ORDINARIO A KMØ. Il percorso fotografico inizia da una estrema affezione ai valori e alle vicende sofferte della mia famiglia. L’affezione verso le cose, invece, si concretizza nella mania collezionistica di oggetti e ricordi: fatico a separarmene. Eccomi dunque: un bambinone cui piace coltivare il lato fanciullesco, per scoprire continuamente con occhi nuovi tutto quanto lo circonda. Amo il noto e mi sento tranquillo nelle abitudini: la maggior parte dei miei lavori – tranne quelli sviluppati a Parigi e Milano – sono stati eseguiti entro un raggio di 5/6 km. Fra i miei intenti c’è dunque la valorizzazione di quanto ci circonda e ci appartiene: non sfuggo in voli pindarici, in sogni difficilmente realizzabili; inseguo la soddisfazione e la felicità in quello che c’è, anche se la società insiste a proporci modelli consumistici e irraggiungibili che hanno minato i valori più profondi e significativi.»

«Cercare l’insolito nell’ordinario”: è il tuo percorso?»
«Sì, cerco l’insolito nell’ordinario: apprezzo cose e luoghi comuni, ma indirizzo ad essi uno sguardo diverso: mi piacciono i fotografi che lo fanno – Stephen Shore, William Egglestone, Robert Adams – e sanno trarre poesia da un toast, un triciclo, un parcheggio, nei quali esplode l’immensità della vita.»

«In Dark Cities insegui una “visione lontana dal consueto, in cui l’umanità è pressoché assente” e “si avverte il silenzio, la solitudine di un uomo immerso nel buio, che si tiene distante dalla società e ne osserva l’evolversi, in disparte, nascosto”. Come concili il tuo essere appartato con l’occuparti di comunicazione?»
«Il fotografo è spesso solitario, insegue le sue fascinazioni. Fotografo per me, da solo: quasi un processo terapeutico; ma poi mi piace condividerne l’esito per comunicare me stesso, alternativa a scrivere un libro, una biografia. Nelle immagini rivedo molto di me, solitario che per alcuni aspetti non si trova a suo agio nella società di oggi, per via delle troppe contraddizioni. Il messaggio che cerco di trasmettere, però, miete riscontri, gradimento nelle persone: ne sono contento, mi piace diffondere la filosofia della “vita a kmØ”, penso che la gente ne avrebbe bisogno.»
«Tue parole: “Quando entriamo in un luogo oscuro da un ambiente luminoso viviamo inizialmente una sorta di disorientamento: gli occhi faticano... ad abituarsi al buio. Col passare dei minuti, lentamente, grazie alla luce residua che filtra da sotto una porta o da un lampione lontano, inizia a delinearsi una realtà diversa. La luce fioca si appoggia sugli oggetti circostanti disegnando un gioco di forme e superfici acromatiche con sfumature di grigi scuri, più o meno intensi, che arrivano fino al nero”. È trasferendo in esterni questa “visione che supera la barriera del reale e arriva direttamente all’anima” che prende avvio il ciclo delle Dark Cities?»

«Sì, è nato un po’ per caso. In quel periodo seguivo un corso di camera oscura: ero affascinato dall’intimità e dal calore che mi trasmetteva e ancor più dalla emersione della fotografia durante la stampa. Come spesso accade, la prima fotografia del ciclo scaturì da una sorta di sbaglio. Avevo visto un lavoro, a Paris Photo, che mi piaceva molto, totalmente scuro: una stanza con un raggio luminoso che colpiva il pavimento e una porta, apparentemente un niente, totalmente minimal. Mi ha affascinato il mood che creava.
Quando sono uscito – travolto da centinaia di opere d’arte, la retina totalmente bruciata – dalle scale del Grand Palais ho guardato il Petit Palais di fronte: il faro della Tour Eiffel proiettava la sua luce su una nuvola che vi si stagliava sopra, una visione incredibile: ho sottoesposto all’impossibile ed è uscita una foto pazzesca, magica. Solo poi ho cominciato a scandagliare l’effetto della luce nel nero: continui esperimenti, perché non esiste regola che garantisca come apparirà l’immagine, si può solo constatarla dopo la ripresa.
Di notte non c’è mai oscurità assoluta: l’ambiente rappresentato nelle foto non è vero, realistico, ma ricercato e voluto. Cerco di comprendere, in fase di ripresa, come la luce descriverà  monumenti e forme, come modellerà plasticamente le superfici che raderà e colpirà. Dunque tutto è avvolto dal buio, dal nero: solamente quanto “bagnato” dalla luce emerge: una resa, per me, molto poetica. L’installazione, poi, in un ambiente totalmente scuro, con le foto leggibili a lume di candela o a stampe retroilluminate, celebra il percorso della camera oscura in fase di esposizione: riesci a distinguere dettagli con la stessa emozione come se stessi sviluppando una fotografia.»

«Sempre in Dark Cities entri “nell’universo descrittivo della luce, ovvero, in questo caso della sua quasi assenza, sia dal punto di vista del soggetto ripreso, sia della sua riproduzione, in un delicato gioco fatto di ombre ed oscurità”. Cosa trovi nel nero notturno? Dal punto di vista psicologico e dell’anima, intendo.»
«Nel nero trovo la pace, il silenzio e nella notte riesco, in qualche modo – attraversando i luoghi – a isolare le vibrazioni che emanano, a riceverle, a esserne investito, travolto: è bellissimo confrontarsi con le città di notte, in assenza di persone. Lavoro sempre senza cavalletto, libero da condizionamenti di tipo fisico, espongo la macchina fotografica ad un atteggiamento contemplativo, cercando – scatto a mano libera! – equilibrio interiore: è una sorta di scatto zen. Preferisco trovarmi sempre in asse per le mie foto – forse sono un po’ compulsivo – mi piace essere simmetrico e ordinato, forse per cercare un ordine nella vita.»
 «Nessuna intenzione di invadere il tuo privato o di ferire la tua anima, ma mi colpisce e mi commuove che la tua essenziale autobiografia evidenzi: “approdo alla fotografia con la nascita di mio figlio Leonardo”. E poco oltre: “È stata la fotografia a salvarmi dalla solitudine per la separazione da mio figlio. Era l’unico modo per poterlo avere sempre con me. Ogni foto che scatto è un ricordo del mio cuore e il mio cuore è la migliore macchina fotografica che ho mai avuto.»
«è vero: le foto si scattano col cuore. Per me è stato terapeutico iniziare: attraversavo un momento molto difficile e mi ha aiutato a superarlo. Fotografare mi ha insegnato un modo diverso di guardare le cose: è un processo che stimola e sviluppa la sensibilità.»